Visualizzazione post con etichetta sopravvivenza in mare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sopravvivenza in mare. Mostra tutti i post

martedì 3 novembre 2015

Pescatori salvati in mare dopo un mese alla deriva. Avvistati da un aereo e tratti in salvo da un incrociatore

categoria: sopravvivenza, mare

Pescatori salvati in mare dopo un mese alla deriva. Avvistati da un aereo e tratti in salvo da un incrociatore.



Quattro sudamericani, due pescatori due ecuadoriani e due colombiani, salpati il 24 settembre 2015 dalla città di Esmeralds in Ecuador sul peschereccio «El Pregòn», sono rimasti senza carburante e sono andati alla deriva per oltre duemila chilometri verso Nord, per quattro settimane e mezzo, fino a quando sono stati avvistati da un aereo della marina messicana al largo delle coste del Chiapas, durante un volo di ricognizione notturna, quando ormai erano stati dati per dispersi dall’autorità equadoregne. L’equipaggio dell’aereo militare ha avvistato il peschereccio, riconosciuto i segnali di soccorso dei naufraghi e contattato via radio un incrociatore in navigazione nei paraggi, comunicandogli la posizione dei naufraghi.
Una volta arrivati in Messico, i quattro pescatori, di età compresa tra 26 e 42 anni, presentavano un grave quadro di disidratazione, ma le loro condizioni sono state definite relativamente buone dai medici.

Nel 2014 un altro pescatore, messicano, era stato ritrovato alle Isole Marshall dopo quattordici mesi alla deriva, durante i quali si era nutrito di uccelli marini, tartarughe e pesci crudi, mentre l'altro naufrago che era a bordo con lui era morto dopo i primi mesi in mare.

Fonte: La Stampa

Vedi anche articolo blog 06/02/2014: "quel naufrago del Pacifico è il nostro amico Josè"

venerdì 23 gennaio 2015

distillatore solare

categoria: sopravvivenza, acqua

La ditta SIC di Roma aveva prodotto un interessante strumento di sopravvivenza: il distillatore solare DSA Airborne che utilizzava il principio della evaporazione e successiva condensazione per separare l’acqua pura dalle sostanze disciolte nell’acqua marina.
La sorgente di calore era il Sole, mentre la condensazione avveniva sulle superfici interne del distillatore.
Il distillatore DSA si presentava in forma di cono con una larga base di appoggio gonfiabile, per consentire una posizione stabile sulla superficie del mare o a terra.
Quando era ripiegato il distillatore DSA aveva un ingombro di circa 35 x 25 cm e un’altezza di 3 cm; aperto e operativo, le sue misure d'ingombro erano le seguenti: altezza circa 50 cm. e diametro alla base circa 85 cm. Il peso a vuoto era pari a circa 500 gr.
II funzionamento di tale distillatore era molto semplice: si provvedeva innanzitutto a gonfiare la base, utilizzando la bocca o la pompa manuale in dotazione ai gommoni. In seguito si riempiva la sacca-deposito
con acqua di mare, almeno quattro litri e mezzo; il
manufatto si collocava sulla superficie del mare oppure sulla spiaggia
o a bordo del battello.
In pieno Sole la produzione di acqua distillata iniziava entro un’ora, con una resa anche di un litro e mezzo
nelle ore diurne, ma il distillatore continuava a funzionare parzialmente nelle
ore notturne, condensando il residuo vapore formatosi durante la giornata.
Le goccioline d'acqua scorrevano lungo la parete interna del cono e si raccoglievano in un canaletto che girava intorno all'anello circolare alla base e poi, attraverso un tubo, in un sacchetto di raccolta.

L’apparecchio in questione mi risulta che funzionava abbastanza bene in condizioni statiche, appoggiato sulla spiaggia, ma in mare, il moto ondoso creava grossi problemi.

giovedì 12 giugno 2014

vecchie riviste: addestramento dei piloti alla sopravvivenza in mare

vecchie riviste: 

addestramento dei piloti: sopravvivenza in mare



Il pilota, una volta salito a bordo del canotto, può gettare in acqua del colorante per creare, quando serve, una macchia sulla superficie marina, ben visibile dall'alto da parte dei mezzi di soccorso

domenica 2 marzo 2014

Libri che trattano il tema della sopravvivenza:“117 giorni alla deriva” Maurice e Maralyn Bailey

categoria: libri






Il diario della tremenda storia occorsa ai due autori, marito e moglie, naufragati presso le Galàpagos in seguito alla collisione con un capodoglio. La straordinaria esperienza, durata ben 117 giorni e che avrebbe potuto tramutarsi in tragedia, ci è stata riportata sulle pagine del loro diario.

“….. Dato che gli ami, uno dopo l'altro, erano stati aperti o portati via da pesci grossi dovevamo cercare un altro modo per pescare. Quando sventravamo i pesci versavamo le interiora e gli altri pezzi di scarto in un secchio per non sporcare il fondo del canotto. Il secchio era poi vuotato fuori bordo e sciacquato varie volte. I pesci balestra si accalcavano uno sull'altro per prendere questi scarti e spesse volte Maurice ne catturava uno nel bugliolo.
Questo mi diede un'idea. Presi il recipiente da quattro litri del kerosene. Era di plastica blu, misurava 20 per 20 per 17 centimetri, ed aveva un manico sulla parte superiore, mentre il bocchettone era al di là di una delle estremità. Dissi a Maurice di tagliare un buco quadrato nella parte opposta al bocchettone. Tolsi il tappo dal bocchettone e immisi una lenza innescata nel contenitore. Prendendolo per il manico lo calai fuori bordo fino a quando l'apertura fu sotto il livello del mare.
In un primo tempo i pesci lo guardarono con sospetto, arrivando fino all'entrata e poi virando. Ma erano voraci per natura e sembravano volersi superare l'un l'altro. Presto due o tre pesci si accalcarono sull'apertura guardando da lontano l'esca. Improvvisamente uno di loro sgusciò nel contenitore e arraffò l'esca e la trascinò un po' più verso l'apertura prima di scappar via. Resistetti alla tentazione di prenderlo e spiegai a Maurice che dovevamo prima addestrarli bene.
Maurice si stupiva per la mia pazienza. Io li pasturavo con un boccone dopo l'altro fino a quando una massa di pesci girò lì attorno e di buon grado giocarono con la mia trappola. Alla fine decisi di prenderne alcuni ed era abbastanza facile aspettare che il pesce giusto nuotasse dentro, tirare fuori dall'acqua la trappola e depositare la preda ai piedi di Maurice. I pesci non sembravano notare che alcuni di loro scomparivano, anzi continuavano a impegnarsi con rinnovato vigore.
Maurice rimase incantato dall'efficienza della trappola quando catturai per la prima colazione venti pesci circa usando poca esca e senza il pericolo di perdere il nostro amo. Sfortunatamente questo metodo di pescare attirava solo il pesce balestra; gli artocarpi e i pesci argentati erano più timidi e sprovveduti.
Potevamo usare la trappola solo con mare calmo. Il vento forte ci avrebbe fatto andare alla deriva troppo in fretta per permettere al pesce di nuotare dentro il buco, e il mare mosso gli avrebbe fatto calcolare male le distanze. Spesso nuotavano all'altezza della trappola e quando avevano preso abbastanza coraggio guizzavano avanti, ma a causa del movimento del mare sbagliavano il buco completamente.
Essi allora giravano e strofinavano il muso contro la parte posteriore della trappola ovviamente sconcertati di dove fosse andata a finire l'esca.

Un altro modo per risparmiare il nostro unico amo era di tenere un lungo pezzo di carne fuori bordo ed aspettare che il pesce ingordo conficcasse i suoi piccoli ma terribili denti in esso e lanciarlo rapidamente nel canotto. Generalmente occorreva un secco strappo per liberarlo, oppure un colpo sulla testa.
Ne buttai nel canotto uno che cadde nel recipiente dei fegati che Maurice stava preparando per la nostra cena. Esso mangiò due fegati prima che riuscissimo a recuperarlo. La loro voracità non conosceva limiti.

Una volta scarnii completamente una tartaruga e con un po' di difficoltà staccai l'osso della spalla dal guscio. Impulsivamente lo immersi in acqua fuori bordo. I pesci lo attaccarono immediatamente. Io sollevai l'osso fuori dall'acqua e lo tenni sospeso sopra il canotto, con non meno di quattro pesci appesi; entusiasta gridai a Maurice di guardare e lo immersi di nuovo. Questa volta presi cinque pesci. Ciò era fantastico; nove pesci con due immersioni, e senza esche! Con un notevole sforzo di volontà non ne presi più, ma tirai fuori il secondo osso dalla spalla e lo tenni pronto per pescare la mattina seguente."

"La parte successiva del lavoro da macellaio fu di togliere il lato inferiore del guscio. Dopo avere inciso profondamente il perimetro, Maurice vi penetrò con il temperino e alla fine riuscimmo a fare leva staccando il piastrone dal carapace e lasciando esposta la ricca, bianca carne.

Io scalcai quattro larghe bistecche da ogni scapola e gettammo il resto della carcassa fuori bordo, felici di liberarci di quel sanguinolento disastro e sollevati all'idea che tutto era finito.
Centinaia di pesci arraffarono la carne ed il sangue rimasti e iniziarono a divorare tutto con una terribile rapidità.
« Dobbiamo pescare. — disse Maralyn, eccitata dalla vista di tanti pesci — E io penso di conoscere il modo per farlo ».
Si arrampicò sulla zattera e dopo avere rovistato in giro per un po' ritornò sul canotto stringendo le pinze e parecchie spille di sicurezza di metallo inossidabile. Senza dire una parola tagliò via la parte del gancio di una spilla e ne piegò la punta come un amo. Poi passò uno spago sottile nell'occhio della molla e vi fece una gassa semplice.

« Ecco » disse trionfalmente.
Una volta di più Maralyn aveva dimostrato il suo genio nell'improvvisare. Le domandai:
«Dove hai trovato quelle spille?».
Incominciò a fabbricare un altro amo e senza alzare lo sguardo rispose:
«Nella cassetta del pronto soccorso. Ricordavo di averle viste quando tirai fuori tutto ».
«Pensi che funzioneranno?» chiesi, pentendomi subito della domanda inutile.
« Lo vedremo subito» replicò Maralyn e cominciò a innescare l'amo con un pezzetto di carne della tartaruga. Buttò la lenza in acqua e la carne fu afferrata immediatamente da molti pesci che la strapparono dall'amo. La polpa era cosi tenera che non teneva. Maralyn ci riprovò ma senza maggior successo.
«La carne non è abbastanza consistente, — disse con voce esasperata — cerchiamo dei pezzi più duri».
La nostra ricerca tra i pezzi di carne non ce ne rivelò di fibrosi, ma io notai che molti pezzi erano contornati da una membrana.
« Prova questa » dissi, dando a Maralyn un pezzo di carne tagliata assieme alla membrana.
Maralyn innescò con cura ancora una volta, assicurandosi che la membrana fosse saldamente infilata. Questa volta, benché i pesci si buttassero sulla carne, essa tenne all'amo e in breve tempo Maralyn recuperò a bordo la lenza con attaccato un bellissimo pesce argenteo."

giovedì 6 febbraio 2014

“Quel naufrago del Pacifico è il nostro amico José”

CATEGORIA: STORIE DI SOPRAVVIVENZA

Medici ancora scettici. Ma parenti e colleghi assicurano: era sparito da un anno

AFP
Il pescatore José Salvador Alvarenga dice di essere sopravvissuto per 13 mesi alla deriva nell’Oceano Pacifico sulla sua piccola barca in vetroresina

I medici che in questi giorni hanno visitato José Salvador Alvarenga a Majuro, la capitale delle isole Marshall, ancora non possono credere che abbia vissuto per 13 mesi alla deriva nell’Oceano Pacifico. Non ha le labbra screpolate, non ha la pelle bruciata dal sole, non ha l’aspetto emaciato e scheletrico che ci si potrebbe aspettare. Persino i suoi reni sono in ordine e l’unico problema di cui soffre è un gonfiore alle labbra e al viso.  

Ma dal Messico, da dove afferma di essere salpato per una battuta di pesca agli squali nel dicembre del 2012, arrivano in continuazione conferme alla sua strabiliante storia, destinata a diventare la più grande avventura mai capitata in mare ad un essere umano. Ora che si è fatto tagliare la lunga barba e i capelli, i vecchi amici, i compagni di pesca e i parenti che vivono nel Salvador lo hanno riconosciuto. È proprio lui, «La Chancha», come veniva soprannominato con un termine che indica il maiale, usato per deridere le persone di grossa corporatura. Vilermo Rodriguez, detto «Willie», ha confermato che José lavorava per la sua cooperativa «Camaroneros de la Costa», nel villaggio di Costa Azul, nel Chiapas e che era partito nel dicembre del 2012 con un compagno di pesca, Ezechiel Cordova, in cerca di squali. Il tempo volgeva al brutto e tutti avevano sconsigliato ai due di prendere il mare. I pescatori della zona si allontanano dalla riva anche per 80 miglia e stanno via un paio di giorni senza avere a bordo nessuna strumentazione. Nel pomeriggio l’oceano si mise a burrasca e la barca di José e Ezechiel venne spinta verso ovest da venti di oltre 90 chilometri orari, contro i quali non c’è nulla da fare. Jaime Marroquin, della protezione civile, ha confermato che furono avviate ricerche dei due dispersi, interrotte però dopo un paio di giorni per scarsa visibilità.  

La barca scoperta in vetroresina lunga 23 piedi sulla quale José ha percorso 15 mila chilometri di oceano è stata ora fotografata in secca nell’atollo di Ebon, dove è approdata dopo quasi 400 giorni alla deriva. È uno scafo decrepito, che non sembra avere mai avuto giorni migliori. Al centro ha ancora una grande scatola blu, che fungeva da ghiacciaia per il pescato, dentro la quale José ha detto di essersi riparato ogni giorno dai raggi del sole. Forse vi ha raccolto anche l’acqua piovana. Sul fianco destro compare la scritta «Camarones de la Costa», che conferma l’appartenenza della barca alla malconcia flottiglia di Vilermo Rodriguez. C’è anche un numero di telefono, che comincia con il prefisso 070.  

L’ambasciatore americano alle Marshall, Tom Armbruster, ha preso molto a cuore la vicenda e crede nel racconto di José. Se non fosse vero, ha detto, resterebbe da spiegare come una barca in vetroresina del Chiapas sia comparsa all’improvviso nell’atollo di Ebon. Mike Tipton, che ha scritto un libro di successo su come sopravvivere in mare, ha confermato che non è assolutamente impossibile che José ce l’abbia fatta e sia in buone condizioni. Il sangue di tartaruga che ha bevuto in abbondanza è un elisir di vita e contiene vitamine e proteine. Gli occhi delle tartarughe e dei pesci sono pieni di liquido e gli errori mortali che può commettere un naufrago sono quelli di bere acqua di mare e restare esposto al sole. Josè lo sapeva e i pescatori come lui che conoscono l’oceano sanno come affrontare le tempeste e sopravvivere in condizioni estreme.  

Nonostante i dubbi che ancora circondano una storia senza precedenti come questa, tutto lascia pensare che il viaggio di José entrerà nell’epica del mare, a conferma della capacità dell’uomo di adattarsi a ogni circostanza. Il suo compagno, morto dopo un mese perché non digeriva il pesce crudo, aveva un nome biblico, Ezechiel, come il protagonista di «Moby Dick», Ishmael. L’eroe di Melville si salvò dall’oceano dentro a una cassa da morto; José ce l’ha fatta solo perché a bordo aveva la cassa del ghiaccio.  
La Stampa

mercoledì 15 gennaio 2014

Sopravvivenza in mare: equipaggio di un bombardiere inglese su battello gonfiabile