venerdì 21 novembre 2014

Giappone, morto il reduce della Seconda Guerra Mondiale H. Onada

Giappone, morto il reduce della Seconda Guerra Mondiale H. Onada



Sui libri di storia è scritto che la seconda guerra mondiale insanguinò il mondo dal 1939 al 1945, ma Hiroo Onoda, cittadino giapponese ed ufficiale dell’intelligence militare, non lo sapeva e combatté per altri trenta anni, nella giungla filippina.
Hiroo Onoda consegnò la katana, la spada di ordinanza, con un fiero saluto militare solo dopo i nuovi ordini del suo ex-comandante, il maggiore Yoshimi Taniguchi, arrivato appositamente dal Giappone. 

Arruolatosi a venti anni nelle esercito giapponese, fu addestrato sulle tecniche di spionaggio e guerriglia. Nel 1944, poco prima della fine del conflitto, Onoda fu inviato in missione sull’isola di Lubang nelle Filippine, per sabotare le linee nemiche, distruggendo i moli e la pista d’atterraggio. Gli ordini proibivano la resa o la morte per mano propria (pratica molto diffusa tra i soldati giapponesi per evitare il disonore della resa) e imponevano di continuare la missione fino al recupero da parte di truppe venute dalla madre patria. ... “Potranno essere necessari tre anni, potranno essere necessari cinque anni, ma qualunque cosa accada, noi torneremo a riprendervi. …. potrete essere costretti a vivere di noci di cocco! In questo caso, vivrete di noci di cocco”.
Onoda e i suoi commilitoni, dovettero ritirarsi di fronte alla avanzata degli americani e nascondersi nella giungla. Ci furono ripetuti tentativi di contatto, portati avanti dalle autorità anche tramite distribuzione aerea di volantini e fotografie sulla giungla, ma tutti furono interpretati dai guerriglieri come propaganda o manovre tese alla loro cattura. Rimasti in tre per la resa di un compagno, i soldati continuarono la loro missione con atti di guerriglia e scontri con la polizia locale, che uccise due di loro.
Nel febbraio del 1974 fu trovato da un giovane studente giapponese, Norio Suzuki,  ma rifiutò di arrendersi senza ordini dai suoi superiori. Tornato in patria con una fotografia che lo ritraeva in compagnia del soldato, Suzuki informò il governo giapponese, il quale rintracciò il suo ufficiale in comando, il maggiore Yoshimi Taniguchi.

Il 9 marzo 1974 Taniguchi volò nelle Filippine con nuovi ordini: “..cessare immediatamente tutte le attività e le operazioni e mettersi sotto il comando del più vicino ufficiale superiore’. Onoda consegnò al suo superiore le armi ancora in suo possesso, compresa la spada corta che nel ’44 gli aveva donato sua madre, per togliersi la vita in caso di cattura.







Il ritorno in patria di Onoda fu trionfale, per i media era l’incarnazione dello spirito di sacrificio per la patria.
Onada nel 1975 decise di trasferirsi in Brasile nel 1975, per raggiungere il fratello. Negli anni ’80 tornò in Giappone ed è morto a 91 anni in ospedale, nel gennaio del 2014, per complicazioni cardiache.


Il suo libro autobiografico "Nessuna resa: i miei trenta anni di guerra" divenne un bestseller negli anni ’80 / ’90.

Alcuni brani tratti da una rivista di sopravvivenza americana, American Survival Guide:
... Le pattuglie americane catturarono molte scorte di materiale e cibo. Per migliorare le possibilità di sopravvivenza Onoda suddivise i suoi uomini in gruppi di tre.
... Non tutti i suoi soldati a Lubang condividevano la volontà di non arrendersi e servire il proprio paese fibo alla fine. Quarantuno di essi si arresero nell'Aprile 1945. Onoda rimase con un gruppo di tre uomini: Yiuchi Akatsu, Shoichi Shimada e Kinshichi Kozuka, il sopravvissuto di un altro gruppo di tre.
La loro dotazione consisteva nelle loro divise, tre fucili Model 38 con circa 900 proiettili, un fucile Model 99 con 900 munizioni, 8 granate, 2 pistole, una spada e coltelli.
Il fucile Model 99 e alcune munizioni sono conservate adesso nel Museo della Guerra filippino. L'arma è in brutte condizioni con parti della calciatura mancanti e le parti metalliche corrose; l'arma è probabilmente inutilizzabile, sebbene Onoda abbia sostenuto di essersi preso cura dell'arma.
Sebbene la loro scorta di munizioni era notevole, essi razionarono il loro utilizzo consumando inizialmente 30 cartucce per anno durante gli scontri con i raccoglitori di legna ed i pastori; più tardi limitarono il loro consumo a 20 proiettili l'anno.
Conservare le munizioni nel clima umido e salmastro dell'isola di Lubang fu un grosso problema. I sopravvissuti tentarono vari sistemi per proteggere le loro munizioni, ma quello favorito era di mettere le cartucce in vecchie bottiglie trovate tra i rifiuti lasciati dagli isolani. Come ulteriore precauzione essi riempivano le bottiglie con olio di palma. Le bottiglie erano nascoste in vari nascondigli che ogni anno venivano ispezionati; le munizioni trovate difettose erano eliminate o usate per la caccia, mentre la polvere era recuperata e utilizzata per accendere i fuochi da campo.
All'epoca della loro produzione era normale aspettarsi che, mediamente, una su cinque di questa munizioni non sparasse, quindi si deve invocare al miracolo che ognuna di esse funzionasse ancora dopo trenta anni, considerando il clima dove erano conservate ed il trattamento con olio di palma.
... Il caporale Shimada, figlio di un contadino, era il loro istruttore di sopravvivenza e da lui impararono a cacciare, accendere fuochi senza fumo, costruire ripari, conservare scorte di cibo e costruire utensili.
... I bovini erano abbastanza numerosi sull'isola ed essi ne cacciarono circa 200 durante il tempo passato a Lubang. Quando i bovini scarseggiavano, occasionalmente sparavano a bufali d'acqua e cavalli. Ogni animale era immediatamente macellato ed essiccato sul posto e la pelle conservata per fare rattoppi, indumenti, tende, borse, ecc. Le ossa e le parti scartate venivano invece portate via e seppellite in modo da non mettere in allarme le pattuglie nemiche.
Una grossa fetta dell'apporto proteico era garantito dall'uso di trappole con cui catturavano  ratti, gatti selvatici, maiali e diversi tipi di uccelli selvatici.


Sebbene i giapponesi siano per abitudine dei mangiatori di pesce, solo pochi sforzi furono dedicati alla pesca lungo i corsi d'acqua interni di Lubang, poichè evitavano di frequentare la fascia costiera per il timore di essere avvistati.
All'inizio i giapponesi disponevano di scorte di riso calcolate per tre mesi, che essi cercarono di far durare il più a lungo possibile. Come molti nipponici, Onada e i suoi camerati erano cresciuti con una dieta a base di riso e restare senza di esso era una grossa privazione, ma alla fine, a meno di rubarlo in maniera discreta, in piccole quantità, dalle abitazioni degli isolani, dovettero basare la loro alimentazione su banane, noci di cocco e un frutto selvatico chiamato nanka, integrate da papaie, melanzane selvatici e patate dolci, quando questi erano di stagione. In quei trenta anni a Lubang essi impararono dove trovare e quando cogliere i frutti selvatici che crescevano sull'isola. Poiché Shimada, il loro istruttore di sopravvivenza, non era nativo dell'isola, essi non si cibarono di alcuni alimenti selvatici sicuri, perchè a loro sconosciuti; d'altra parte non ebbero a lamentare mai episodi di intossicazioni alimentari o malattie simili.
I giapponesi sull'isola non tentarono mai di avviare qualche tipo di coltivazione per motivi di sicurezza, per non lasciare tracce evidenti della loro presenza e perchè sempre costretti a rimanere in movimento. Non potere lavorare un pezzo di terra per coltivare ortaggi doveva essere uno degli svantaggi più difficili da affrontare nella loro esistenza.
... Durante la stagione delle piogge, quando pochi nativi si avventuravano nella giungla, Onada e i suoi costruivano ripari semi-permanenti in posti remoti sulle montagne, dove aspettavano che la brutta stagione passasse. Quando il bel tempo tornava i rifugi venivano smantellati e distrutte tutte le tracce della loro permanenza, arrivando a lavare e disperdere le pietre posto intorno ai fuochi da campo. Onada ha riferito che i loro ripari marcivano dopo due o tre mesi di uso.
... Il comportamento paranoico da parte dei giapponesi ha impedito loro di essere trovati, ma sull'isola ormai tutti sapevano della loro presenza, per il semplice fatto che Onoda e il suo gruppo non si limitava a rimanere nascosto in montagna, ma conduceva una guerra senza fine contro gli sventurati nativi. Durante una di queste incursioni contro una piantagione l'ultimo dei suoi compagni rimasto alla macchia con lui, Koruka, venne ucciso nel 1972 dalla polizia filippina. Akatsu aveva già rinunciato alla lotta nel 1949 per le cattive condizioni di salute, mentre Shimada morì nel 1954, ucciso durante uno scontro con dei commando filippini in addestramento nelle montagne.
Dopo la morte di Koruka, Onoda rimase solo sulle montagne per altri due anni.
... Onoda, insieme ad una incredibile volontà di sopravvivere, era sano. Quando prese la via della montagna era alto circa 1,60 metri, pesava 60 chilogrammi ed era in grado di affrontare una marcia di 20 chilometri con uno zaino di 30 chilogrammi. Al momento di consegnarsi alle autorità locali, la visita medica cui fu sottoposto non mostrò vistosi cambiamenti nel peso e le sue condizioni fisiche generali erano immutate.
Onoda impiegò molto del tempo per preservare lo stato di salute, in un posto dove anche solo il morso di una formica o una scheggia nel piede portava a serie conseguenze e dove si poteva fare ben poco per curarsi, non potendosi rivolgere ad un medico e non disponendo di medicine ....in una occasione poterono disporre di una bottiglia di mercurocromo, frutto di "requisizione".
... Nei ruscelli all'interno dell'isola di Lubang scorre acqua chiara e pulita, ma comunque Onoda bolliva tutta l'acqua che beveva.
... Onoda faceva il bagno regolarmente e lavava i vestiti, anche se mantenerli in buone condizioni era complicato, poiché il clima e le dure condizioni di vita nella giungla usuravano rapidamente i tessuti. Per le riparazioni degli strappi sulle divise, Onoda impiegava degli aghi ricavati da scarti di rete metallica e dei fili ricavati intrecciando le fibre di piante selvatiche simili alla canapa.
Con il passare degli anni i nipponici dovettero iniziare a rubare gli indumenti agli isolani, mentre per quanto riguarda le calzature, Onoda e i suoi utilizzavano sandali di paglia intrecciata o ricavati da vecchi pneumatici.







I circuiti cerebrali della fuga dai pericoli

I circuiti cerebrali della fuga dai pericoli

La capacità di riconoscere le situazioni potenzialmente spiacevoli e quindi evitarle dipende da due specifiche strutture cerebrali, l'abenula e il rafe mediano. Alcuni esperimenti sui pesci hanno mostrato che quando la comunicazione fra di esse si interrompe, si scatenano comportamenti che ricordano quelli delle persone affette da disturbi d'ansia e da attacchi di panico
E' la comunicazione fra due piccole strutture cerebrali, l'abenula e il rafe mediano, che ci permette di evitare situazioni che prevediamo possano essere spiacevoli. In particolare, l'abenula gestirebbe le aspettative negative, mentre la comunicazione al rafe mediano servirebbe a mettere in atto i comportamenti di evitamento. A scoprirlo sono stati alcuni ricercatori del RIKEN Brain Science Institute a Saitama, in Giappone, che firmano un articolo su “Neuron”.
Imparare a evitare le minacce è una capacità essenziale per la sopravvivenza di qualsiasi organismo, che richiede la capacità di prevedere il pericolo e di aggiornare le proprie previsioni in base alle azioni e ai loro esiti. Finora non era noto però quali circuiti cerebrali fossero coinvolti e come intervenissero.
Per scoprirlo, i ricercatori nipponici hanno insegnato ad alcuni pesci zebra (Danio rerio) ad associare all'accensione di una luce rossa ad una leggera scarica elettrica, in modo che imparassero a sfuggire dalla vasca in cui veniva somministrata la scossa in un'altra vasca comunicante. Il monitoraggio dell'attività cerebrale dei pesci ha permesso di rilevare un aumento dell'attività nell'abenula non appena vedevano la luce rossa, più marcata all'inizio della sperimentazione e minore una volta che avevano imparato come sfuggire allo shock.
Per verificare la correttezza dell'ipotesi i ricercatori hanno quindo creato una linea di pesci zebra geneticamente ingegnerizzata in modo da poter attivare o disattivare i neuroni di specifiche aree cerebrali somministrando un impulso luminoso attraverso una sottile fibra ottica impiantata nel loro cervello.
Variando le condizioni di attivazione di varie aree cerebrali in diverse situazioni sperimentali i ricercatori hanno potuto indurre i pesci a evitare aree dove non c'erano rischi o a non imparare correttamente le aree da evitare. Hanno così scoperto che i pesci in cui era impedita la comunicazione fra l'abenula e rafe mediano non solo non riuscivano a imparare a evitare le situazioni pericolose, ma mostravano costantemente comportamenti di panico simili a quelli dei pesci normali alla vista della preoccupante luce rossa.
I comportamenti osservati in questo studio - osservano i ricercatori - sono simili a quelli manifestati dai pazienti affetti da disturbi dell'ansia e da attacchi di panico, in cui si ha una perdita della corretta valutazione delle situazioni, con aspettative eccessivamente negative che possono portare a evitare luoghi o circostanze.

L'ipotesi che questi sintomi siano correlati a una disfunzione nei collegamenti fra abenula e rafe è ulteriormente corroborata dal fatto che i farmaci usati per alleviarli sono quelli che stimolano la funzione della serotonina e che i neuroni che collegano le due strutture cerebrali sono neuroni che usano come principale neurotrasmettitore proprio la serotonina.
Articolo ricavato dalla versione online di Le Scienze

giovedì 20 novembre 2014

ripresa dalla rete: Matteo Miceli, velista italiano ha iniziato giro del mondo in autosufficienza

 velista italiano ha iniziato giro del mondo in autosufficienza

Matteo Miceli è un velista italiano che ha iniziato il giro del mondo con la sua imbarcazione  Class 40, in autosufficienza energetica e alimentare, cioè con galline e orto a bordo. Il velista ha gatto oggi il primo mese di navigazione.

Ripresa dalla rete: gli hacker cinesi possono distruggere la rete elettrica Usa. New York, 20 nov. (askanews)

Nsa: gli hacker cinesi possono distruggere la rete elettrica Usa

Così il direttore dell'agenzia di intelligence al Congresso statunitense

New York, 20 nov. (askanews) - Ci saranno attacchi informatici "enormi" nei prossimi 10 anni e gli hacker cinesi e quelli di altri due o tre Paesi potrebbero distruggere la rete elettrica americana. Lo ha detto il direttore della National Security Agency (Nsa), Michael Rogers, davanti alla commissione Intelligence della Camera. Le possibilità di attacchi informatici da parte di governi stranieri sono da tempo noti, ma questa è la prima volta che un funzionario di alto livello degli Stati Uniti lancia l'allarme ufficialmente. Non solo. Questi hacker potrebbero anche mettere in ginocchio il sistema industriale di controllo americano, quello che gestisce tutto, dagli impianti chimici a quelli per il trattamento delle acque. "Tutto questo mi porta a dire che è solo un problema di quando, e non se, vedremo qualcosa di così drammatico"

Farmaci di automedicazione impiegati nei disturbi della circolazione

categoria: medicina

trattamento dei capillari dilatati e delle vene varicose

Le vene varicose (varici) sono un problema diffuso e le donne sono le più colpite a causa di specifici fattori di rischio come la gravidanza e le terapie ormonali.
Svolgere scarsa attività fisica, essere in sovrappeso, stare molte ore in piedi o rimanere seduti senza muovere le gambe predispongono il soggetto, nel tempo, ad accusare problemi di circolazione venosa, inoltre si può riscontrare spesso un rapporto di familiarità (genetica) nella comparsa della patologia circolatoria.
Anche usare scarpe e indumenti stretti che ostacolano la circolazione e l'esposizione al caldo, che peggiora la vasodilatazione cutanea, peggiora la sintomatologia.


La pressione del sangue nelle vene delle gambe è diversa secondo la posizione del corpo: distesi la pressione è di pochi millimetri di mercurio (mmHg), ma in piedi, senza camminare, si raggiungono gli 80-90 mmHg.

Il soggetto con problemi circolatori inizialmente accusa stanchezza alle gambe, sensazione di tensione e pesantezza alle gambe, formicolii, indolenzimento e crampi notturni; in seguito appaiono gonfiori alle caviglie. E' successo che il rallentato flusso di sangue fa aumentare la pressione all'interno delle vene, le cui pareti, poco elastiche, non riescono a contenere; la dilatazione dei vasi causa il disallineamento dei lembi delle valvole al loro interno rendendole incapaci di svolgere la loro funzione e causando il ristagno del sangue circolante, la fuoriuscita di liquido (edema) e la comparsa di gonfiore soprattutto alle caviglie.
Sotto la pelle appaiono delle sporgenze (varici), in corrispondenza proprio delle valvole venose divenute inefficienti.


L'alterazione della pressione venosa può inoltre propagarsi anche ai capillari, compromettendo la circolazione del sangue nei vasi cutanei, con comparsa di macchie scure e capillari dilatati, che si presentano come piccoli grovigli rossastri o violacei sede di  bruciore e dolore.
Il perdurare dell'insufficienza venosa, riducendo il nutrimento e l'ossigenazione dei tessuti, rende la pelle secca, sottile, opaca e meno elastica, arrossata e soggetta a prurito; le forme gravi sono caratterizzate da lesioni ulcerative (ferite), infiammazione delle vene (flebite) e ostruzione della vena (embolia).


Norme di comportamento

• Fare regolare esercizio fisico, ma anche solo camminare o fare le scale a piedi può diventare un'ottima abitudine
• Sollevare i piedi in modo ritmico sulle punte, facendo lavorare le caviglie quando si sta fermi (in piedi o seduti) a lungo
• Usare calze elastiche
• Dormire con i piedi un po' più in alto del cuore; bastano pochi centimetri, mettendo un cuscino sotto il materasso
• Effettuare massaggi alle gambe con acqua fredda, risalendo lentamente dal piede verso l'alto utilizzando una spugna o il getto della doccia
• Optare per una dieta ricca di alimenti ricchi di fibre (cereali, frutta, verdura, legumi secchi). 

Terapia
Calze elastiche, scelte in base alla gravità della patologia
Terapia farmacologica a base di sostanze di origine naturale della famiglia dei flavonoidi, che migliorano il tono venoso, aumentano la resistenza capillare, diminuiscono l'edema (riducono la permeabilità) e favoriscono i processi di autoriparazione dei capillari. La somministrazione di questi farmaci può essere locale (uso topico) oppure per bocca (uso sistemico) ed è quasi priva di effetti collaterali.

Piante
mirtilli neri (antocianosidi)
semi dell'ippocastano (escina)
fiori della Sophora japonica (oxerutina)
Centella asiatica (centasina)



aprire un lucchetto con una striscia di alluminio ricavata da una lattina

aprire un lucchetto con una striscia di alluminio ricavata da una lattina

in una situazione di sopravvivenza o di forza maggiore, anche un atto illegale come entrare in una abitazione o proprietà privata, può essere giusto e necessario, come quando bisogna soccorrere una persona in pericolo di vita.

martedì 18 novembre 2014

pesca con semplice trappola autocostruita

pesca con semplice trappola autocostruita


video: composizione della razione K

Video: composizione della razione K


film che trattano il tema della sopravvivenza: "fuga da Sobibor"

film che trattano il tema della sopravvivenza:

"fuga da Sobibor"

L'ingegno, la determinazione di chi non ha niente da perdere, narrate in questo film, mi hanno fatto decidere di inserire questo film nell'elenco delle pellicole (termine ormai desueto) che trattano il tema della sopravvivenza.

Fuggire è l'unica forma di sopravvivenza

Questo è un film, ma tratta di un fatto veramente avvenuto durante la seconda guerra mondiale, la fuga in massa da un campo di sterminio (dire "concentramento" non rende bene cosa succedeva dietro il filo spinato).
Questa "comunità" di ebrei incaricati di lavorare nel campo di sterminio, ha il tempo di organizzarsi e trovare il modo di attaccare i nazisti presenti nel campo, abbattere le recinzioni e lanciarsi attraverso il campo minato e le raffiche di mitragliatrice, fino alla vicina foresta. Si salvano in cinquanta.
Recentemente degli scavi fatti sul terreno del campo hanno rivelato nuovi particolari della struttura, distrutta dai tedeschi per nascondere quanto era successo.

Il racconto del cronista:

MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME
Al termine di sette anni di scavi con gli strumenti più avanzati dell’archeologia, una task force del Museo Yad VeShem di Gerusalemme ha ritrovato nel sottosuolo della Polonia una delle camere a gas del campo di sterminio di Sobibor, contribuendo a portare alla luce un tassello della Shoah che i nazisti tentarono di occultare distruggendolo e piantandovi sopra nel 1943 un’intera foresta.
David Silberkland, capo delle ricerche a Sobibor, ha lavorato sulla base dei frammenti di testimonianze dei pochissimi sopravvissuti da uno dei Lager creati dai nazisti con l’unico scopo di mettere a morte il numero più alto di ebrei nei tempi più rapidi possibili. «Sobibor fu costruito nel 1942 dalla Germania nazista per portare a termine la totale eliminazione degli ebrei polacchi e in pochi mesi, assieme agli analoghi Lager di Treblinka e Belzec, sterminò quasi due milioni di ebrei» spiega Marcello Pezzetti, storico della Shoah nonché autore alla fine degli Anni Ottanta della scoperta della prima camera a gas di Auschwitz. 
Il fine di Sobibor è unicamente la messa a morte degli ebrei e non c’è dunque un campo di lavoro a fianco della struttura di sterminio, come avviene ad Auschwitz e Majdaniek. Ciò significa che il campo è composto solo di quanto serve a uccidere: la rampa per i treni con i deportati, le camere a gas per uccidere gli ebrei arrivati e le fosse comuni per seppellirli. La durata media di sopravvivenza di un ebreo a Sobibor è stimata in un’ora e mezza. Gli unici che riescono a vivere più a lungo - poche settimane - sono i deportati usati dai tedeschi per far funzionare il Lager: svolgono tutti le mansioni che ad Auschwitz spettano ai «Sonderkommando» che fanno funzionare i forni crematori. I ritmi dello sterminio sono forsennati. «Sobibor è il buco nero della storia del mondo» riassume Pezzetti, perché «è qui che si comprende cosa fu davvero lo sterminio degli ebrei».
Inaugurato a maggio del 1942, ha 3 camere a gas che funzionano senza interruzione, i corpi delle vittime vengono sepolti e a giugno il ritmo dei treni è tale da far cedere il terreno sotto la ferrovia. Gli arrivi - la rampa accoglie 11 vagoni piombati - riprendono a pieno regime in ottobre e con l’inizio del 1943 le camere a gas raddoppiano, diventando sei. Nell’ottobre di quell’anno un gruppo di deportati ebrei russi - ex soldati dell’Armata Rossa - decide di tentare la rivolta unendosi ad altri prigionieri. I tempi per agire sono molto stretti ma riescono a sorprendere i tedeschi, fuggendo in 300. Solo 50 di loro sopravvivono, diventando gli unici testimoni esistenti del «campo di messa a morte» dove in una manciata di mesi perdono la vita 250 mila ebrei. La reazione dei tedeschi alla rivolta è di distruggere il Lager perché lo sterminio degli ebrei polacchi oramai è compiuto e la pressione dei partigiani cresce: Sobibor viene completamente distrutto - al pari di Belzec e Treblinka - le camere a gas sotterrate e migliaia di corpi riesumati per essere bruciati. 
L’intento è cancellare ogni prova: per questo viene anche piantata una foresta di alberi sul terreno colmo di resti umani, con tanto di una falsa fattoria nominata «Sobibor» proprio per rendere non credibili le eventuali testimonianze dei pochissimi scampati. Il ritrovamento della camere a gas costituisce dunque uno dei risultati più importanti di Yad VaShem, il museo-memoriale della Shoah di Gerusalemme. «Le abbiamo trovate vicino a un pozzo dove i tedeschi avevano gettato resti umani e oggetti dei deportati, come un anello nuziale con la scritta rituale “At Mekudeshet Li” (Tu mi sei consacrata)», ha raccontato l’archeologo Yoram Haimi, confessando «sorpresa» per «le dimensioni delle camere a gas e il livello di preservazione degli ambienti».