sabato 3 ottobre 2015

scheda: le distorsioni

categoria: pronto soccorso

Distorsioni






Le distorsioni, a differenza delle lussazioni (nelle quali un capo articolare fuoriesce dalla normale sede) sono caratterizzate da un dolore più o meno intenso, dovuto al momentaneo e reversibile allontanamento di un capo articolare dalla sua sede naturale, a seguito di traumi, cadute o cambi di direzione e postura repentini del corpo, tutte situazioni, comunque, che vincono la capacità di contenimento dell'articolazione da parte dei legamenti articolari. L'articolazione si presenta gonfia (edematosa), può essere visibile un ematoma, ha una limitazione funzionale e mostra un'acutizzazione del dolore se si accenna un movimento; se trascurata, l'articolazione subisce un danno che nel tempo può diventare cronico e in casi estremi può richiedere un intervento chirurgico ortopedico.



Trattamento/Consigli
Il trattamento è semplice:
- ghiaccio applicato non direttamente sulla cute, almeno 15 minuti ogni ora o per 4-6 volte al giorno,
- idonea fasciatura, non troppo stretta, se l’articolazione è molto gonfia,
- arto mantenuto immobile ed elevato.

Il soccorritore deve aiutare l’infortunato a mettersi in posizione comoda, tenendo sollevata la parte colpita e applicare sulla  parte colpita un impacco freddo, lasciandovelo per circa trenta minuti. Successivamente si deve bendare la parte colpita facendo due giri intorno alla pianta del piede e risalendo poi verso la caviglia. Il  bendaggio deve coprire il piede (ma non le dita!), la caviglia e la parte bassa della gamba.
Le dita devono rimanere visibili per poter osservare il colore della pelle e la sensibilità dell’infortunato, in caso si sia fatta per errore una fasciatura troppo stretta che riduce la circolazione a valle del bendaggio!!




ATTENZIONE: il metodo di bendaggio di questa fotografia è errato: il corretto bendaggio deve essere SEMPRE fatto facendo risalire la fasciatura dal piede alla caviglia, rispettando cioè il senso della circolazione venosa

Bendaggio corretto

bendaggio corretto




I farmaci utilizzati sono a base di sostanze ad azione capillaro-protettore (per favorire il riassorbimento dell'ematoma e dell'ecchimosi) e antinfiammatori (locali o orali).

venerdì 2 ottobre 2015

igiene: i pidocchi

categoria: igiene

Furono i pidocchi a sconfiggere Napoleone in Russia


Più che i combattimenti contro l'esercito russo e il  terribile inverno russo, il "Generale Inverno", furono il tifo esantematico e la "febbre da trincea" a decimare le truppe francesi.
A sconfiggere l'esercito di Napoleone Bonaparte in Russia furono i pidocchi. A sostenerlo è uno studio del Journal of Infectious Deseases, che ha identificato la causa delle morie di tifo e di "febbre da trincea" che decimarono le truppe francesi in Russia.
Napoleone si mise in marcia verso la Russia nell'estate del 1812 con mezzo milione di soldati. Tuttavia, stremati da freddo e malattie, quell'inverno furono solo 25 mila ad arrivare a Vilnius, in Lituania, e ancor meno, soltanto 3 mila, a resistere fino alla disfatta.

I cadaveri dei soldati furono seppelliti in fosse comuni e proprio in una di queste, nel 2002 a Vilnius, ritrovata durante i lavori di costruzioni in un cantiere, furono trovati circa un migliaio di cadaveri. Un gruppo di ricerca dell'Università di Marsiglia, ha studiato i resti umani delle vittime di guerra, analizzando vestiti, ossa e soprattutto la polpa dentale estratta dai denti di 35 diversi soldati.

Proprio dalla polpa dentale è stato estratto il Dna di due batteri, la Bartonella quintana e la Rickettsia prowazakii, all'origine di tifo esantematico e "febbre da trincea", malattia che uccise molti soldati anche durante la Prima Guerra Mondiale e segnalata anche in gruppi di senzatetto di alcune aree urbane.

Una volta identificati i batteri patogeni col Dna, gli scienziati hanno indicato la specie vettore del batterio: un pidocchio che, dalle analisi effettuate, sembra aver colpito almeno il 29% dei soldati seppelliti.

Approfondimento:
Tifo esantematico (o tifo petecchiale, o dermotifo). Malattia infettiva contagiosa, endemica o epidemica, causata da Rickettsia prowazeki, trasmessa dal pidocchio, e caratterizzata da una febbre ciclica, stato tifoso ed esantema maculo-emorragico. L’insetto vettore è il pidocchio umano, di solito Pediculus vestimenti, meno frequentemente Pediculus capitis, che diventa infettante 8÷9 giorni dopo aver succhiato il sangue di un malato: pungendo un nuovo soggetto e nel contempo deponendo le feci nelle vicinanze, pone le premesse per il nuovo contagio. La diffusione della malattia è favorita da condizioni igieniche precarie, in situazione di agglomerati umani. La lesione anatomopatologica caratteristica è una vasculite disseminata per invasione dell’endotelio da parte delle rickettsie, con necrosi, trombi, noduli e manicotti d’infiltrazione periarteritica. La malattia è caratterizzata, oltre che dalla comparsa di febbre elevata, da sintomi a carico della cute (esantema maculopapuloso emorragico), del sistema nervoso centrale (stato tifoso), e del sistema cardiovascolare (sintomi di ipotonia vasale periferica e danno a livello del miocardio). La terapia è antibiotica (cloramfenicolo e tetracicline). La profilassi specifica si attua con la somministrazione di vaccini associata a misure generali (disinfestazione dai pidocchi, norme igieniche).

Aver cura del proprio corpo e rispettare con scrupolo le più elementari norme di igiene è importante in una situazione di sopravvivenza, poiché non si ha a disposizione un medico per ricevere cure adeguate.

mercoledì 30 settembre 2015

scheda: diarrea

categoria: pronto soccorso

La diarrea



La diarrea del viaggiatore è conosciuta anche con altri nomi: "vendetta di Montezuma" o la malattia delle tre F (dalle tre parole inglesi Flies, Fingers, Food, ovvero mosche, dita, cibo, in riferimento alle tre modalità di trasmissione degli agenti infettivi).
La diarrea del viaggiatore  è un'infezione assai diffusa che può colpire in varie forme, da lievi a gravi, di origine alimentare, dovuta all'ingestione di cibi o acque contaminate da vari batteri.

E’ possibile distinguere una "diarrea semplice", con feci acquose per difficoltà della mucosa intestinale infiammata ad assorbire acqua, e la "dissenteria" caratterizzata da feci mucose e sanguinolente, accompagnata da febbre e dolori addominali crampiformi.

Cause
Cibi mal preparati con cotture imperfette o mal conservati, mani sporche, ingestione di acqua contaminata, sono le cause più frequenti della diarrea.
A volte basta un po' di accortezza, per evitare spiacevoli forme di diarrea:
- attenzione ai cibi, anche quelli apparentemente ben cotti;
- bere in bottiglie sigillate ed aperte davanti a voi, non appoggiare le labbra ma usare cannucce, evitare il ghiaccio;
- preferire la frutta da sbucciare a quella già sbucciata;
- evitare di mangiare uova e derivati come maionese.
Un ulteriore consiglio medico è quello di non bere molto durante i pasti, per favorire il mantenimento dell'acidità gastrica, o di assumere bevande con succo di limone o integrate con vitamina C, sempre che non si soffra di ulcera o di reflusso grastroesofageo.


Trattamento
A scopo preventivo risalta utile iniziare a prendere dei fermenti lattici due o tre giorni prima della partenza.
Il primo intervento terapeutico è la reidratazione idrica e salina, bere molta acqua con l'aggiunta di bicarbonato e sali minerali.
Assai importante reintrodurre anche il potassio.
Sulle infezioni batteriche sono efficaci gli antibiotici, quali l'amoxicillina.
Farmaci adsorbenti, quali caolino e pectina, sono efficaci su diarrea cronica e sindrome dell'intestino irritabile.
I più comuni antidiarroici, quali la loperamide, hanno invece un'azione antiperistaltica, riducono cioè la motilità intestinale.
Di ultima generazione ci sono poi i farmaci antisecretivi che inibiscono l'eccessiva secrezione di acqua e di elettroliti nel lume intestinale. Non agiscono sull'attività secretoria basale e non modificano in modo significativo il transito intestinale. Tra questi uno dei più innovativi è il racecadotril caratterizzato da rapidità d' azione e minor incidenza di stipsi secondaria all'uso di farmaci antidiarroici, quali ad esempio gli antiperistaltici. Nota positiva, il racecadotril è uno dei pochi farmaci antidiarroici indicato anche in età pediatrica a partire dai 3 mesi di età.


consigli pratici: come rendere l'acqua potabile
Vi sono in commercio vari prodotti per la purificazione dell'acqua, come per esempio quelli per la clorazione, un metodo efficace contro virus e batteri ma non per larve o cisti. La si ottiene entro 30 minuti (la concentrazione ottimale dell'acqua va verificata con gli appositi indicatori contenuti nelle confezioni). La bollitura dell'acqua precedentemente filtrata è efficace se protratta per almeno 5-10 minuti (strategia utile contro la salmonella, il colera e alcuni ceppi di E.Coli).

martedì 29 settembre 2015

scheda: allergia

Categoria: pronto soccorso

Allergia

L'allergia è determinata da una particolare risposta del sistema immunitario.
Alcuni agenti (come polline, acari, polvere, farmaci etc) sono riconosciuti come estranei (allergeni) dagli anticorpi del nostro organismo, i quali attivano varie cellule responsabili dei sintomi tipici dell'allergia (da un semplice bruciore/rossore fino allo shock anafilattico).
In alcuni casi il primo contatto del soggetto con l'allergene da una prima risposta limitata, ma lo "sensibilizza" e un secondo contatto con l'allergene scatena una reazione più violenta.
Le allergie si manifestano in varie forme, isolate o combinate: bruciore e prurito a occhi, pelle, mucose nasali, oppure asma, rinite, orticaria, eczema.




Allergie oculari
Si manifesta con bruciore, fastidio alla luce, prurito, lacrimazione, tumefazione della congiuntiva (spesso si associa ad una rinite allergica od una forma allergica generalizzata, oppure scatenata dal contatto con lenti poco pulite, peli di animali domestici).


Orticaria ed Angioedema
L'orticaria coinvolge porzioni superficiali della pelle e si presenta con pomfi circoscritti, dai margini rosso vivo e un centro meno rosso tendente al pallido.
L'orticaria è intensamente pruriginosa e se colpisce il viso coinvolge occhi e labbra.
L'angioedema è un edema localizzato che coinvolge strati profondi della cute e del sottocute. Spesso orticaria ed angioedema si associano e sono dovuti all'ingestione di tante sostanze (derivate del latte, crostacei, vari farmaci).
L'angioedema coinvolge spesso la gola (laringe).



Trattamento
Le forme di allergia sono diverse e il trattamento varia secondo il tipo di allergene e della sintomatologia:
- alla presenza di sintomi agli occhi come bruciore, fastidio alla luce, prurito, lacrimazione, gonfiore della congiuntiva, il trattamento prevede l'utilizzo di colliri ad azione decongestionante. Nei casi più seri si ricorrere a colliri a base di idrocortisone, acquistabili solo su prescrizione medica;
- alla presenza di orticaria, cioè porzioni superficiali della cute con pomfi circoscritti, dai margini rosso vivo, in rilievo, con un centro meno rosso tendente al pallido e sensazione di prurito intenso, è necessario assumere compresse di farmaci antistaminici dietro consiglio medico e applicare localmente preparati a base cortisonica o prodotti specifici.



Consiglio
Evitare l'assunzione di sostanze che in passato hanno portato allo sviluppo di una reazione allergica.


lunedì 28 settembre 2015

La vicenda Vincendon-Henry (1956)

categoria: montagna
La vicenda Vincendon-Henry (1956)


I primi giorni di gennaio del 1957 perdono la vita sul Monte Bianco il belga Francois Henry, di 23 anni, e l'allievo guida alpina Jean Vincedon, di 24 anni, parigino; i due alpinisti, sperduti a 4mila metri d'altezza, muoiono vittime del gelo, dopo aver atteso invano i soccorsi.


I due alpinisti erano partiti il 22 dicembre 1956 per passare il capodanno sullo Sperone della Brenva del Monte Bianco. Durante l'avvicinamento incontrarono Walter Bonatti e l’istruttore degli alpini Silvano Gheser, intenzionati a seguire un'altro percorso, ma costretti per le condizioni del ghiaccio a discendere sulla Brenva e a seguire la cordata di Vincendon. I quattro alpinisti erano però colti da una violenta tempesta e costretti ad un drammatico bivacco all’aperto durato 18 ore a quota 4.100 m.
L'indomani mattina Bonatti univa le due cordate e si prodigava per trarre tutti dalle difficoltà. Arrivati sullo spartiacque, quando non restava che risalire la facile cresta fino alla cima e scendere al rifugio della Capanna Vallot, i due gruppi si separarono.
La cordata italiana riuscì a raggiungere, ormai al buio, la Capanna Vallot, e, dopo un altro bivacco all'aperto e un'avventurosa marcia, raggiunse la salvezza al Rifugio Gonella, sul versante italiano. Gheser, colpito da gravi congelamenti, ebbe alcune dita di entrambi i piedi e di una mano amputate.
Vincendon ed Henry decisero invece di raggiungere direttamente Chamonix, ma persero l’orientamento e finirono per scendere per il canalone che porta al Gran Plateau, sul versante francese restando bloccati su una cengia di ghiaccio, senza la forza di risalire o montare almeno la tendina da bivacco.
Il 27 dicembre, i due dispersi erano individuati col cannocchiale, ma le guide di Chamonix reputarono troppo pericoloso tentare di raggiungere i due ragazzi da sud, passando per il rifugio Grand Mulet, e, infatti, la cordata guidata dall’alpinista Lionel Terray rimase bloccata al rifugio Gran Mulet dal maltempo.


Un elicottero, un Sikorsky, lanciò pacchi con coperte e viveri, ma i ragazzi con i piedi e le mani ormai congelati, pur riuscendo a trascinarsi fino ai pacchi, non riuscirono ad aprirli.


La tragedia si svolse “in diretta”, infatti, dalle piste di sci, con il cannocchiale, chiunque poteva vedere i due alpinisti bloccati sulla cengia.


Un giorno un tenente pilota dell'esercito tentò un atterraggio vicino ai due naufraghi, per un recupero diretto, ma l'elicottero si schiantò nelle vicinanze, senza conseguenze per i quattro occupanti, i due piloti dell'elicottero e due guide alpine.




Un secondo elicottero si alzò in volo, ma adesso si adottò una tecnica meno avventata: quattro guide alpine furono fatte scendere su una cima non lontana, il Dòme du Gouter, e queste riescirono a raggiungere a piedi l'elicottero e recuperare i due piloti e le due guide e portarli, nella tormenta, fino alla Capanna Vallot.
Vincendon e Henry non erano però in grado di muoversi quindi si potè solo rifocillarli e sistemarli nell'abitacolo dell'elicottero. “Torneremo a prendervi — dissero le guide — ma prima di tutto dobbiamo portare in salvo i piloti”.


La tempesta di neve bloccò però per altri due giorni ulteriori missioni e quella organizzata il 3 gennaio servì solo a riportare a Chamonix i due piloti e le guide. L'elicottero venuto a prelevare i soccorritori dalla Capanna Vallot non scorse segni di vita provenire dalla carlinga dell'aereo incidentato, segno che Vincendon e Henry erano nel frattempo morti per il freddo.

I loro corpi furono poi recuperati solo a marzo del 1957.


domenica 27 settembre 2015

L'esploratrice Carla Perotti

categoria: Articoli di giornale

L'esploratrice Carla Perotti






Articolo di Gabriele Beccaria



Un paio di scarpe verde militare, di tela e di gomma, da tremila lire, estraneo alle mode, comprato nell'ultima oasi prima del Grande Nulla. Carla Perrotti, esploratrice milanese di cinquantuno anni, ha un moto di gratitudine. «Se non fosse stato per quelle scarpe, avrei dovuto rinunciare... E' vero, la tecnologia non è tutto». Nel pesante zaino giallo aveva il satellitare, il sistema di orientamento Gps, i cibi disidratati, ma senza le autoctone scarpette cinesi oggi non celebrerebbe il record: è il primo essere   umano ad aver attraversato a piedi, in solitaria, l'area più desolata del secondo deserto del mondo, il terribile Taklimakan.
L'ha scelto perché evoca immediatamente l'avventura: a Nord e a Sud, per secoli, l'hanno sfiorato le carovane della Via della Seta, ma nessuna si spinse mai all'interno e solo in tempi recenti qualche convoglio, ben attrezzato di mezzi e scorte, l'ha percorso. «In lingua yugurì significa il deserto della morte irreversibile», racconta Carla Perrotti e, infatti, là si muore e si svanisce(*). Come Yu Chun Shun, cinese quarantenne che sognava la grande impresa dell'attraversamento e di cui si sono perse le tracce. «E' stato commovente che all'arrivo, nella cittadina di Luo Tuan sia venuto suo padre. Voleva abbracciarmi».
A rendere il Taklimakan così maledetto sono le dimensioni, oltre 330 mila chilometri quadrati (più dell'Italia) e l'assenza di oasi nella sua sterminata zona centrale: «E per questo ha sempre suscitato terrore». Tanto che a Pechino, alla conferenza stampa, «centinaia di persone, incredule, hanno fatto la fila per chiedermi l'autografo e stringermi la mano. Erano ammirati e felici: li inorgogliva che ad aver avuto successo fosse stata una donna, non importa se straniera».
Il piede piagato era finalmente guarito. «Aveva cominciato a farmi male qualche giorno dopo la partenza, a causa degli scarponcini, troppo tecnici, non sempre adatti alla varietà del terreno, che a volte è fangoso, a volte duro, a volte soffice, a volte accidentato». Dopo 150 chilometri Carla Perrotti era già a mal partito e di fronte ne aveva ancora 400, da macinare in tutto in 24 giorni. «Nell'ultima oasi, a Daheyan, ho comprato le provvidenziali scarpe di tela e di gomma: c'erano tre casette di fango e la gente è corsa fuori a toccarmi. Mi ero portata dietro qualche banconota quasi come un portafortuna. Chi  avrebbe  immaginato  che l’equivalente di tremila lire italiane sarebbe stato decisivo?»
Dovevo stare attenta a controllare la mente. Quando si è soli, soprattutto di notte, è facile crollare di colpo». Le notti sono state l’incubo ricorrente di Caria Perrotti. «La temperatura scendeva a dieci, dodici sotto zero e nella mia piccola tenda l'aria si condensava e ghiacciava. Al mattino, poi, tutta l'attrezzatura era bagnata e bisognava farla asciugare prima di riprendere la marcia». Così dal 26 ottobre al 18 novembre, dalla sperduta Seghez alla sperduta Luo Tuan, in un'area che continua ad allargarsi come gli altri deserti del pianeta: la sua desolazione è contagiosa.

«L'altro problema era l'acqua. Nella prima e nella terza parte del mio percorso riuscivo a recuperarla da pozze e pozzanghere. Certo che anche dopo averla disinfettata sapeva sempre di terra. Per fortuna, ne ho consumata meno del previsto, per il gran freddo». Nel tratto centrale, invece, in un paesaggio segnato da altissime dune Si sabbia, non ce n'era traccia. «Dato che non avrei potuto portarne abbastanza con me, una squadra aveva piazzato quattro punti di rifornimento, che ho individuato con il mio Gps. Sempre al primo colpo, anche se il sistema satellitare non è preciso al metro».
«Mi sono trovata a galleggiare in un oceano di sabbia, percorso da continui cavalloni, che costringono a snervanti saliscendi. Nel Sahara, invece, le dune sono più ampie e non ci si stanca così: spesso ci si può passare in mezzo». La media era venti chilometri il giorno, con uno zaino da venti chili sulle spalle. «E a me che sono piccola, con i miei cinquantacinque chili, sembrava davvero enorme». Due settimane di arrampicate e scivolate, «in alto qualche uccello e a terra ragnetti. Non avevo molto tempo a disposizione, perché là le notti sono interminabili. In questa stagione durano dodici ore. Dovevo economizzare le batterie della torcia e potevo leggere poco "D'Amore e Ombra" di Isabel Allende. Mi ha aiutato. Ho avuto la riprova che si va avanti con la testa, non con i muscoli».
Nel deserto avviene una metamorfosi mentale. «I ritmi cambiano: t'accorgi che diventi egoista, che ci si concentra su se stessi. Quando in ballo c'è la sopravvivenza, s'impara a spiarsi, a decifrare ogni segnale che invia il corpo. Che cosa significa quel dolore alla gamba? E' l'indolenzimento alla mano? E' solo dopo che scopri che stai entrando in armonia con l'ambiente. Allora godi di ciò che fai. Fissavo il paesaggio, la sera, i colori della sabbia cangianti. Un ricordo? Era il 4 novembre, il mio onomastico, e splendeva la luna piena. Allora, invece di dormire, mi sono messa a fare riprese. Ho sfiorato la felicità». Carla Perrotti, sposata, un figlio, parla nella sua casa milanese, ma è come tornata nel Taklimakan. «Ha ragione Bruce Chatwin: il camminare produce i pensieri. Secondo me, il segreto sta nel selezionarli, per liberarsi. Devono essere lievi: immagini, volti,   canzoni. E quando, invece di scivolare via, uno si fissa, ci si deve imporre: "Questo no, adesso lo cancello”». Succede soltanto nel deserto e perciò Carla Perrotti, atleta del «Sector No Limits team», continua ad attraversarli, da navigatrice solitaria delle dune. «Questo era il quarto, dopo il Tenére, in Niger, il Salar de Uyuni, sulle Ande boliviane, e il Kalahari, tra Botswana e Sud Africa». Eppure un pensiero   dominante il Taklimakan l'ha fatto sbocciare, nonostante l'impegno delle ginnastiche cerebrali: «E' arrivato il momento che mi prepari a un altro deserto. Quello dell'Australia».

Deserto di Taklamakan Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il deserto di Taklamakan (Takelamagan Shamo; uiguro: تەكلىماكان قۇملۇقى), anche conosciuto come Taklimakan, è un deserto dell'Asia centrale, nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang nella parte occidentale della Repubblica Popolare Cinese.
È la propaggine occidentale del deserto di Gobi; (per alcuni completamente distinto da questo), è delimitato a sud dalle montagne Kunlun, a sud e ovest dal Pamir e a nord dalle Tien Shan. In lingua uigura il termine significa: se ci vai, non ne esci più.
Copre un'area di 270.000 km² nel bacino del Tarim, estendendosi fra circa i 78° e gli 88° di longitudine est e fra i 37° e i 40° di latitudine nord. (circa 450 km in direzione nord-sud e 1200 in direzione ovest-est). È uno dei deserti a maggiore percentuale di superficie sabbiosa sotto forma di dune (85%). Essendo al centro e punto di raccolta del bacino endoreico del Tarim, il deserto raccoglie le piogge e le precipitazioni del bacino, ma non ha effluenti. Nonostante la relativamente bassa latitudine essendo in ombra dell'Himalaya, e sottoposto agli influssi siberiani, è definito come un "deserto freddo", in inverno può avere temperature notevolmente basse; sono state rilevate spesso in inverno temperature al di sotto di −20 °C, e nel 2008 minimi fino a −26 °C, con deposizione su quasi tutta la sua superficie di uno strato di neve ghiacciata di 4 cm.


Yu Chun Shun

Yu Chun Shun was born in 1951 in Shanghai. At the age of 6, his mother came down with schizophrenia. 4 years later, his elder sister suffered the same fate. During the Cultural Revolution, Yu was sent to a labour camp after he was caught stealing. He was introduced to Western literature by a group of intellectuals sent for re-education at the labour camp and from then on, he became keenly interested in reading and writing.
After his release in 1979, he returned to Shanghai where he repaired umbrellas for a living. When his father became too weak to work, he took his place at the factory. He continued his studies and earned himself a certificate in education. He got married but divorced soon after that.
Yu Chun Shun started his extreme adventures in 1988. He decided to travel over some of the most hostile terrain in China on foot. He became the first person in the world to walk into Tibet via Sichuan, Yunnan, Xinjiang and Nepal. He then did a walking tour of 23 provinces and visited 33 ethnic minorities. He published numerous essays and travelogues, gave 150 lectures and took 8,000 pictures. Though Yu had many fans who respectfully called him 余老师, he also had many detractors who thought he was mad like his mother and sister.
(*)
In June 1996, Yu Chun Shun embarked on an expedition to trek 172km across the Taklimakan Desert from Peacock River to an army camp at a place called Luo Bu Bo. He planned a 6-day trek, but there was no sign of him. Search parties on jeeps could not locate him. 12 days from his departure, a helicopter was sent out. They found his body dessicated on the desert sand. Investigations concluded that disoriented from dehydration, he had lost his way.