mercoledì 5 marzo 2014

Ragni velenosi in Italia

categoria: animali pericolosi per l'uomo

In Italia c'è un solo esemplare di ragno il cui veleno è così potente da uccidere l'uomo. È la malmignatta (Latrodectes tredecimguttatum), che vive nelle zone cespugliose della Sardegna, della Liguria e della Toscana. Nel 1987 uno di questi ragni fu protagonista delle cronache per aver ucciso due persone a Genova.
La Malmignatta è un ragno nero, molto piccolo, con tredici punti rossi sull'addome. Il suo veleno è molto più potente di quello del serpente a sonagli, ma la dose che inietta nella vittima è generalmente bassissima, e non è quasi mai letale: può uccidere solo persone già debilitate o bambini molto piccoli. In caso di puntura, però, è sempre bene ricorrere alle cure ospedaliere.

Sempre nel 1987 una vedova nera, pericolosissimo ragno equatoriale molto simile alla nostra malmignatta, arrivò in Italia nascosta tra centinaia di "tronchetti della felicità", una diffusissima pianta tropicale ora molto di moda in Italia. Prima di essere scoperta fece in tempo a uccidere una donna che aveva ricevuto un "tronchetto della felicità" in dono.
La Vedova nera prende questo nome perché ha l'abitudine di uccidere il maschio dopo l'accoppiamento. È un ragno nero, molto simile alla malmignatta; il suo veleno è potente come quello della malmignatta, ma la dose iniettata è maggiore.

Uso della Valeriana officinalis nei disturbi del sonno

categoria: piante medicinali


L’insonnia è un problema di salute molto diffuso, ma è possibile trovare una soluzione valida rivolgendosi a piante come la Valeriana Officinalis, il cui effetto sedativo è noto dal 18° secolo. La sua azione sembra essere determinata da un effetto di inibizione sui neuroni del sistema nervoso simpatico, mediata dal neurotrasmettitore GABA.



Recentemente è stata pubblicato un articolo che esamina dal punto di vista clinico-statistico una serie di studi che valuta l’efficacia della Valeriana officinalis nell’insonnia.
Sono stati analizzati complessivamente 18 studi clinici randomizzati e controllati (RCT) per un numero complessivo di 1317 pazienti e sono stati valutati i seguenti parametri: miglioramento della qualità del sonno e tempo di latenza prima di prendere sonno, misurato in minuti.

Non si sono registrate differenze significative nel tempo di addormentamento dei soggetti trattati con Valeriana officinalis rispetto a quelli trattati con placebo. Questo dato è in accordo con studi precedenti che hanno ripetutamente dimostrato che la Valeriana officinalis non ha un reale effetto sul tempo di latenza prima del sonno.
E' stato evidenziato come l’estratto di radice di Valeriana officinalis a dosi che vanno da 300 a 600 mg al giorno è in grado di migliorare la qualità del sonno e dare una risposta soddisfacente, soggettiva, nei lievi disturbi del sonno.

martedì 4 marzo 2014

Il Trauma cranico

categoria: pronto soccorso

Il cranio si compone di due parti principali: la volta facciale e la volta cranica. La volta facciale è attaccata a quella cranica solo tramite una serie di fragili puntoni di osso che possono rompersi evitando una lesione della volta cranica e del cervello. Basta osservare il proprio cranio e toccare la propria faccia per accorgersi della fragilità di questi puntoni. Le fratture più comuni sono quelle dell'osso che fa sporgere il naso. L'arcata dello zigomo è molto più resistente ed è in grado di assorbire molta energia. Si tratta di un tripode solido, ma si noti come l'arco si assottiglia fino a diventare un puntone nel punto in cui si congiunge alla volta cranica e quanto sottile sia la colonna ossea all'angolo esterno della cavità orbitale. L'ultimo osso che mantiene la faccia al suo posto è la colonna tra la dentatura superiore e la volta cranica, composta principalmente dalla mascella e piena di fori, seni e sottilissime strisce ossee, infine la mandibola è un cerchio di ossa che mantiene la lingua lontano dalle vie respiratorie.

Cerchi e anelli subiscono fratture in punti specifici quando sono sottoposti a forti colpi, con il risultato di far muovere la faccia posteriormente e verso il basso, sicuramente un’esperienza molto dolorosa, ma, cedendo, questi puntoni hanno assorbito un'enorme quantità di energia altrimenti destinata a scaricarsi con tragici effetti sul vulnerabile cervello; inoltre la mandibola e le vie respiratorie, muovendosi in blocco, preservano le funzioni vitali della respirazione e della nutrizione.

Le ossa facciali fratturate non hanno normalmente grande importanza ai fini della sopravvivenza e possono essere inizialmente trascurate; il soccorritore deve porre invece maggiore attenzione alle strutture che erano protette dalle ossa facciali.
Se il cervello ha subito un colpo, la volta cranica potrebbe essere fratturata e si devono perciò ricercare i segni di lesione: perdita di CSF, segni di Battle, deformità, materia grigia che fuoriesce.
Le vie respiratorie potrebbero essere compromesse in diversi modi: denti rotti, sangue o vomito potrebbero essere stati inspirati; in seguito alla frattura della mandibola, la lingua può occludere la faringe, rendere inutile la manovra per l'apertura delle vie aeree e rendere difficoltosa la manovra di intubazione endotracheale.


Le fratture attorno al naso possono arrivare alla volta cranica e rendere rischiosa l'incubazione, nasogastrica o naso endotracheale, perché il tubo potrebbe penetrare nella volta cranica.

Per individuare le fratture facciali bisogna palpare e cercare deformità nei punti di frattura più comuni: il naso, la parte posteriore dell'arco dello zigomo, la parte sporgente della guancia, il bordo esterno della cavità orbitale, la mandibola. Le fratture mascellari possono lasciare la dentatura superiore ed il palato staccati o mobili. Questo si può accertare afferrando gli incisivi superiori e verificando la presenza di movimenti simili a quelli della rimozione di una dentiera superiore o più semplicemente osservando che gli incisivi superiori sono più arretrati rispetto a quelli inferiori o che il palato è evidentemente curvato. La maggior parte della struttura facciale serve ad allineare i denti quindi se il paziente è cosciente chiederli se sente i denti sfasati durante la masticazione. Alcuni segni di frattura cranica possono variare col passare del tempo, come una guancia schiacciata, evidente al paramedico che presta un primo soccorso, potrebbe essere nascosta dopo dal formarsi dell’edema; il sintomo di Battle, potrebbe apparire dopo diverse ore. Si presenta come una macchia simile a un livido sul processo mastoideo causato dal sangue che fuoriesce da una frattura della base cranica.

Teste d'uovo e caschi
Cranium è un termine latino che significa casco e la struttura della volta cranica serve effettivamente come protezione del cervello, infatti, la volta cranica utilizza la stessa tecnologia di un casco da football americano: la sua forma è in grado di distribuire le forze e alterna strati duri e morbidi. il cranio duro è ricoperto dallo scalpo soffice, normalmente ricoperto di capelli. La volta cranica è costituita da tre strati, due piastre ossee molto dure attorno ad uno strato intermedio di seni e di diploe, materia simile al midollo, che assorbe l'impatto.
Un paio di trucchi da salotto possono dimostrare come sia protetto il cervello. Prendete delle uova molto fresche, scegliete la persona più forzuta del vostro gruppo e fategli afferrare tra i palmi delle mani un uovo dalla parte dell'asse più lungo, e invitatelo a schiacciare l'uovo senza incrociare le dita. Quasi nessuno riuscirà a romperlo, in ogni caso, l'uovo indenne o la violenza della sua esplosione vi permetterà di dimostrare la notevole forza della forma dell'uovo e quindi della forma simile del cranio. Se la vostra vittima vorrà ancora partecipare all'esperimento fategli tentare di rompere il tuorlo dell'uovo agitandolo con forza: non ci riuscirà. Il nostro cervello e la sottile membrana che separa il tuorlo dall'albume hanno qualcosa in comune. Sono entrambi circondati e pieni di fluido, il cervello è vuoto, con camere centrali dette ventricoli piene di fluido cerebrospinale che fluisce attorno al midollo spinale e ritorna a circondare il cervello. La densità del fluido cerebrospinale è calibrata perfettamente per sorreggere il cervello e creare un cuscinetto idraulico estremamente efficace. Proprio come la membrana attorno al tuorlo o un pesce nell'acquario, il cervello viene cosi magnificamente protetto da traumi. Se si ripete il primo esperimento con un uovo incrinato o un uovo che sia rimasto in frigorifero per un mese ed abbia cosi sviluppato una sacca d'aria, è possibile dimostrare qualcos'altro relativamente ai traumi, l meccanismi di protezione del cervello sono molto interdipendenti. Se qualsiasi elemento di protezione è danneggiato l'intero sistema diventa più vulnerabile. Una minima crepa nel cranio, una leggera commozione cerebrale, un po' di sangue attorno al cervello o una perdita minima di CSF possono causare conseguenze ben più gravi se il paziente dovesse essere soggetto ad una ferita successiva, quindi è sbagliato invitare il novello fantino a tornare immediatamente in sella appena caduto da cavallo se ha battuto la testa, pur protetta dal caschetto. Una volta rotto un uovo, notate la membrana resistente ed elastica che aderisce all'interno del guscio. Se il guscio è incrinato, la membrana tiene uniti i frammenti di guscio e non li fa penetrare nell'albume. La struttura analoga all'interno del cranio è la dura madre - un sottile tessuto argenteo e rinforzato da fibre, la cui struttura, forza e aderenza all'interno del cranio sono simili al nastro adesivo, il termine Dura Madre deriva dal latino e per usare un linguaggio più famigliare, è effettivamente una madre dura che ha talvolta deviato addirittura le pallottole e che protegge il cervello dai frammenti di cranio, inoltre trattiene il CSF al suo posto e costituisce una barriera contro le infezioni oltre a tamponare le emorragie.

Cosa c'è di sbagliato?

Per mostrare i punti vulnerabili dell'anatomia cranica umana si consideri l'Australopithicus Robustus ("grande scimmia dal sud") che si sviluppò 5 milioni di anni fa.
L'australopithicus era effettivamente robusto. Sostenuto da larghe creste ossee e con cavità orbitali e una mandibola massiccia che fanno sembrare il nostro scheletro facciale attuale uno scherzo. Al posto di grandi lobi frontali e temporali a bulbo, l'Australopithicus aveva solamente degli incavi - col lobo temporale pieno di strisce di muscolo per far funzionare la sua forte mandibola, il cervello era ben protetto nel retro del cranio, e la parte posteriore del cervello era molto sviluppata. A giudicare dalla dimensione dei suoi lobi occipitali, la sua vista ed abilità ad interpretare ciò che vedeva erano probabilmente i suoi punti di forza. Aveva un cervelletto largo ed era pertanto agile, veloce e ben coordinato: tutte ottime qualità se ci si diverte a dondolarsi tra gli alberi. L'Australopithicus era certamente robusto, ma era anche intelligente? Probabilmente lo era abbastanza secondo gli standard delle scimmie, ma paragonato all'uomo moderno il suo lobo frontale semplicemente non aveva una capacità sufficiente a permettergli di sviluppare un comportamento garbato, un linguaggio ed una forte consapevolezza di sé. l suoi lobi temporali e l'ippocampo sembrano essere stati troppo deboli per interpretare un linguaggio o memorizzare in modo lontanamente simile a quello umano.

EVOLUZIONE?

Il nostro cervello è più raffinato, ma a quale prezzo? I nostri lobi frontali hanno spinto la parte frontale della volta cranica verso l'alto, al di sopra delle orbite fino al punto che il peso della nostra testa è un po' sbilanciato verso l'alto. Per questa ragione le lesioni da frenata sono causate dal fatto che tendiamo a portare in avanti principalmente la fronte, mettendo in pericolo i lobi. Questo spiega alcune difficoltà di pazienti che hanno subito lesioni alla testa e che non riescono facilmente a integrarsi in famiglia o tra gli amici, a predire le conseguenze delle loro azioni e a recuperare coscienza di sé. La posizione pericolosa del nostro lobo temporale può far comprendere meglio alcuni dei segnali e dei sintomi della commozione cerebrale. Abbiamo visto tutti un paziente con lesioni alla testa che continua a chiedere "dove sono?" e "cosa è successo?" per quante volte gli si ripeta come sia rimasto ferito e dove si trova, innanzitutto bisogna ricordare che una delle funzioni dei lobi temporali è quella di interpretare il linguaggio e, con l'aiuto delle sezioni più profonde del cervello, di attivare la memoria recente. In secondo luogo, si osservi l'ambiente difficile in cui si trovano i lobi temporali. Ognuno di essi si trova sotto i lobi frontali e parietali e assomiglia al pollice di un guanto da pugile. Se si osserva l'interno del cranio, si nota che ognuna delle parti si divide in tre camere o fosse. Nella fossa media si trova il lobo temporale. Di fronte ad essa c'é lo sfenoide o osso a cuneo con la parte acuminata del cuneo che punta verso il povero lobo temporale. Come se questo non fosse sufficiente, la base della fossa media è piena di protuberanze e la parete esterna è una massa ossea immobile, detta piramide petrosa. Pertanto i nostri lobi temporali troppo cresciuti si sono scavati un posto nel cranio che si trova sotto un grosso cervello, in una fossa ossea ruvida, tra una 'roccia' e una zona acuminata, un colpo verso qualsiasi direzione interessa il lobo temporale mettendo a rischio la capacità del paziente di interpretare il linguaggio e ostacolando la memoria recente, per questa ragione il paziente continua a chiedere "dove sono?" e "cosa è successo?", l dimensioni dei lobi temporali paragonate a quelle dell'Australopithicus spiegano anche un'altra sindrome presente nelle lesioni craniche come l'ematoma epidurale. La tempia sopra il lobo temporale deve il suo nome ad un'associazione un po' macabra. Il tempio è spesso il luogo più importante o, in molte religioni, il luogo del sacrificio. Se si osserva il cranio nella zona della tempia, il lobo temporale sembra aver spinto II cranio lateralmente verso l'esterno rendendo cosi la tempia la zona meno protetta e più sottile in tutta la volta cranica. Si ricordi la dura madre, termine che significa madre e il cui nome fu attribuito dai primi anatomisti che notarono grandi arterie al suo interno e ritennero che avessero la funzione di nutrire il cervello. (Si sbagliavano perché le grandi arterie nutrono il cranio e la dura madre stessa, però avevano quasi indovinato). Le arterie nella dura madre sono talmente larghe che scavano nel cranio dei solchi uno dei quali attraversa la tempia sottile e senza protezione alcuna. Basta fare due più due; c'è un pezzo di cranio con un profondo canale scavato al suo interno nel quale si trova una grande arteria, il tutto in una zona vulnerabile: ecco perché la tempia divenne già molto tempo fa un punto di sacrificio. Con un colpo alla tempia il cranio sottile può rompersi lungo il canale strappando l'arteria, il sangue fuoriesce tra la dura madre e il cranio dando luogo al classico ematoma epidurale. Questo è il tipo di emorragia intracranica durante la quale spesso il paziente perde conoscenza, si riprende momentaneamente (intervallo dì lucidità), accumulando sangue tra la dura madre e il cranio che schiaccia il cervello, il pazienti mostra una crescita e un calo sulla scala di Glascow del coma e rischia il deterioramento delle sue condizioni e il decesso. L'ematoma epidurale è una delle ragioni per cui anche un calo di un punto nella scala del coma è indice della possibile necessità di perfusione e ossigenazione e di un aggiornamento della prognosi del paziente; potrebbe anche rendersi necessario un intervento neurochirurgico.

Tratto da Emergency Oggi Maggio/giugno 1998

lunedì 3 marzo 2014

Orientarsi con la natura

categoria: cartografia

Quando il cielo è nuvoloso  orientarsi diventa  orientarsi molto difficile. Si possono sfruttare alcuni segnali naturali che non sono infallibili, per cui non si devono cercare numerosi segnali di conferma prima di iniziare a muoversi in qualche direzione.
Gli alberi isolati hanno i rami più numerosi e ricchi di foglie dalla parte più esposta ai Sole, che nell'emisfero boreale è il Sud e nell'emisfero australe è il Nord.
Nella parte rivolta al Sole i rami sono più spessi, più fitti e paralleli al terreno, mentre il lato in ombra ha rami più sottili, più radi e rivolti verso l'alto. Durante l'inverno, quando gli alberi sono quasi tutti spogli, è molto semplice notarlo. Questo dato diventa però affidabile dopo che si sia accertato che l'albero sia realmente esposto alla luce e che non vi sia niente che gli faccia ombra.
La vegetazione in decomposizione intorno alla base del tronco potrebbe essere più secca dalla parte soleggiata, se i venti e le piogge, non sono fattori predominanti.
Le baite isolate ed i massi isolati hanno la parete più asciutta e meno ricca di muschio sul lato soleggiato.
Riassumendo: le osservazioni riferite agli alberi hanno un peso maggiore se riferiti a quelli che crescono nel mezzo di una radura, ma se lo stesso albero è cresciuto a nord di una casa/muro che copre quindi il lato sud, allora il fusto si sviluppa, suo malgrado, in direzione da dove proviene più luce, cioè nord. Molte volte è un vento prevalente a comandare lo sviluppo dell'albero, che si piega e dispone i rami in funzione del vento e non necessariamente verso sud. E' l'adattamento alle condizioni ambientali ad avere l'ultima parola sulla crescita di un albero o del muschio.
La direzione del vento prevalente potrebbe, se conosciuta, permettere di trarre informazioni dall'inclinazione di alberi isolati e di vegetazione con crescita verticale (piantagioni e felci), ma si tratta di dati troppo poco affidabili perché i venti locali sono di natura mutevole, e la loro traiettoria originaria può essere deviata dalle valli o dai passi montani scoscesi. Vicino alle coste i boschi hanno alberi più stentati e piegati sul lato sopravvento.Alcune collaudate tecniche di orientamento mantengono sempre il loro valore:
durante la marcia occorre fissare uno o più punti di riferimento, che devono essere sempre visibili e nella direzione che si sta seguendo (perdendone momentaneamente uno ne resta un altro da utilizzare come guida)
- non tralasciare di voltarsi di frequente per individuare dei punti di riferimento
- marcare il percorso fatto

Molte persone si perdono anche quando si sono allontanate di poche centinaia di metri dal sentiero, specialmente dove la foresta è fitta. In questi casi è meglio lasciare da subito una traccia ben visibile da seguire a ritroso, quando ci si è resi conto di essersi persi.

La tosse e lo starnuto: meccanismi di difesa dell’organismo da conoscere e non sedare semplicemente

categoria: pronto soccorso


Il colpo di tosse è costituito da un'inspirazione profonda al termine della quale la glottide, la fessura situata nella laringe, viene chiusa; quando la grande quantità d'aria introdotta spinge contro la glottide, ne causa l'apertura improvvisa uscendo in modo violento a una velocità molto elevata, che può raggiungere i 12 metri al secondo ossia una velocità oraria superiore ai 40 km/ora.
La tosse serve a rimuovere dalla trachea e dai bronchi il materiale che può ostruire le vie respiratorie. Quando un piccolo oggetto è ingoiato inavvertitamente, oppure quando sostanze prodotte dall'organismo (come il catarro) si accumulano ostacolando il passaggio dell'aria, le terminazioni nervose poste nella trachea e nei bronchi generano un riflesso che causa i colpi di tosse, con cui l'organismo cerca di liberare le vie respiratorie.
Lo stesso riflesso si attiva anche quando si fuma la prima sigaretta o quando si respira aria che contiene sostanze inquinanti: l'organismo, infatti, cerca di liberarsi con lo stesso meccanismo dalle particelle irritanti che sono introdotte con la respirazione.
L'impulso nervoso parte dai recettori locali e arriva al cervello che, dal centro della tosse situato nel tronco cerebrale, manda ai muscoli respiratori il segnale che attiva la tosse.

Un atto riflesso simile alla tosse è lo starnuto: si tratta anche in questo caso di un passaggio d'aria molto veloce, provocato dalla stimolarione di recettori situati all'interno del naso, che serve a liberare le cavità nasali da ciò che può ostacolare il passaggio dell'aria.
La tosse non va semplicemente combattuta con un sedativo, ma occorre prima di tutto riconoscerne la causa. Alcune categorie di pazienti, in primo luogo bambini e donne in gravidanza non possono usare/abusare dei farmaci sintomatici della tosse, ma anche i pazienti diabetici o sofferenti di ulcera devono essere valutati con attenzione prima di decidere di dare uno “due cucchiai di sciroppo”.
L'importanza di una sufficiente idratazione: bere acqua nelle giuste quantità permette di tenere idratate le mucose delle vie aeree e sufficientemente fluide le secrezioni bronchiali, una ottima prevenzione della tosse, poco costosa ma trascurata da moltissime persone.

domenica 2 marzo 2014

Igiene dentale: la prevenzione è tutto quando non si può trovare un dentista

categoria: pronto soccorso

LA PLACCA E IL TARTARO
Le più diffuse malattie del cavo orale sono provocate dalla placca batterica, una patina trasparente costituita da batteri che vivono normalmente in bocca (sono circa 300 specie), muco, residui di cibo e altre sostanze che si depositano sui denti, negli spazi interdentali e sulle gengive. Se non costantemente rimossa, la placca si indurisce in una formazione calcarea ruvida (il tartaro) che, depositandosi al di sotto della gengiva, rende più difficile l'asportazione quotidiana della stessa placca. Per effetto di placca e tartaro le gengive possono infiammarsi, gonfiarsi e sanguinare e risulta aumentata la sensibilità al caldo e al freddo.
Le gengive infiammate tendono a ritrarsi permettendo alla placca di penetrare ancor più in profondità ed aggravare il problema, fino a far perdere ai denti il loro ancoraggio con conseguente caduta: è la cosiddetta periodontite, nota anche come piorrea.

LA CARIE
La placca batterica causa anche la carie, un processo di disgregazione dei denti dalla superficie esterna verso l'interno; lo sviluppo della carie è legato a diversi fattori: batteri, dieta, risposta individuale.
Nel cavo orale sono presenti almeno venti specie microbiche in grado di originare la carie: particolarmente attivo è lo Streptococcus mutans. I batteri determinano la fermentazione dei carboidrati e la formazione di sostanze acide che sono le prime responsabili della demineralizzazione - inizialmente reversibile - cui va incontro la componente inorganica di smalto e dentina; i batteri producono anche enzimi che scindono le proteine presenti nella matrice dentaria.
Gli zuccheri sono gli elementi della dieta che maggiormente favoriscono la carie: l'uomo primitivo, che non ne usava, in sostanza non conosceva questa malattia dei denti. La frutta secca favorisce maggiormente la carie per l'elevata concentrazione in zuccheri a causa della sua disidratazione. Gli amidi (zuccheri complessi), per la loro tendenza ad attaccarsi ai denti, possono essere cariogeni quanto gli zuccheri semplici.
Ogni persona ha una diversa tendenza a sviluppare la carie, in base alla qualità dello smalto e della saliva.

     Le fasi della carie

Fin quando la carie rimane limitata allo smalto - lo strato più superficiale del dente - non si percepisce quasi alcun fastidio. Quando attacca lo strato sottostante (la dentina) il dente diviene sensibile al caldo, al freddo, ai cibi dolci e a quelli acidi. Lo sfondamento della dentina e la conseguente infezione della polpa dentaria, in cui sono contenuti vasi sanguigni e nervi, causa un dolore molto intenso. Nel giro di qualche tempo i tessuti della polpa muoiono, e questo attenua o elimina il dolore, ma poi l'estendersi dell'infezione ai tessuti attorno all'apice della radice dentale può originare un ascesso, che si manifesta con gonfiore e di nuovo dolore.

IGIENE E' PREVENZIONE
Per evitare lo sviluppo di carie, tartaro e lesioni alle gengive, è importante:
- lavarsi i denti dopo ogni pasto e passare il filo interdentale ogni giorno, il che riduce la formazione della placca e previene le gengiviti
-  bere acqua ricca di fluoro (elemento che rinforza lo smalto) e usare un dentifricio fluorato: la prevenzione data dal fluoro contro la carie funziona a qualunque età
- evitare di mangiare molti zuccheri e carboidrati

- mangiare frutta e verdura ricca di fibre durante la giornata stimola la salivazione, che a sua volta favorisce la rimineralizzazione della superficie dei denti affetti da un inizio di carie.

Libri che trattano il tema della sopravvivenza:“117 giorni alla deriva” Maurice e Maralyn Bailey

categoria: libri






Il diario della tremenda storia occorsa ai due autori, marito e moglie, naufragati presso le Galàpagos in seguito alla collisione con un capodoglio. La straordinaria esperienza, durata ben 117 giorni e che avrebbe potuto tramutarsi in tragedia, ci è stata riportata sulle pagine del loro diario.

“….. Dato che gli ami, uno dopo l'altro, erano stati aperti o portati via da pesci grossi dovevamo cercare un altro modo per pescare. Quando sventravamo i pesci versavamo le interiora e gli altri pezzi di scarto in un secchio per non sporcare il fondo del canotto. Il secchio era poi vuotato fuori bordo e sciacquato varie volte. I pesci balestra si accalcavano uno sull'altro per prendere questi scarti e spesse volte Maurice ne catturava uno nel bugliolo.
Questo mi diede un'idea. Presi il recipiente da quattro litri del kerosene. Era di plastica blu, misurava 20 per 20 per 17 centimetri, ed aveva un manico sulla parte superiore, mentre il bocchettone era al di là di una delle estremità. Dissi a Maurice di tagliare un buco quadrato nella parte opposta al bocchettone. Tolsi il tappo dal bocchettone e immisi una lenza innescata nel contenitore. Prendendolo per il manico lo calai fuori bordo fino a quando l'apertura fu sotto il livello del mare.
In un primo tempo i pesci lo guardarono con sospetto, arrivando fino all'entrata e poi virando. Ma erano voraci per natura e sembravano volersi superare l'un l'altro. Presto due o tre pesci si accalcarono sull'apertura guardando da lontano l'esca. Improvvisamente uno di loro sgusciò nel contenitore e arraffò l'esca e la trascinò un po' più verso l'apertura prima di scappar via. Resistetti alla tentazione di prenderlo e spiegai a Maurice che dovevamo prima addestrarli bene.
Maurice si stupiva per la mia pazienza. Io li pasturavo con un boccone dopo l'altro fino a quando una massa di pesci girò lì attorno e di buon grado giocarono con la mia trappola. Alla fine decisi di prenderne alcuni ed era abbastanza facile aspettare che il pesce giusto nuotasse dentro, tirare fuori dall'acqua la trappola e depositare la preda ai piedi di Maurice. I pesci non sembravano notare che alcuni di loro scomparivano, anzi continuavano a impegnarsi con rinnovato vigore.
Maurice rimase incantato dall'efficienza della trappola quando catturai per la prima colazione venti pesci circa usando poca esca e senza il pericolo di perdere il nostro amo. Sfortunatamente questo metodo di pescare attirava solo il pesce balestra; gli artocarpi e i pesci argentati erano più timidi e sprovveduti.
Potevamo usare la trappola solo con mare calmo. Il vento forte ci avrebbe fatto andare alla deriva troppo in fretta per permettere al pesce di nuotare dentro il buco, e il mare mosso gli avrebbe fatto calcolare male le distanze. Spesso nuotavano all'altezza della trappola e quando avevano preso abbastanza coraggio guizzavano avanti, ma a causa del movimento del mare sbagliavano il buco completamente.
Essi allora giravano e strofinavano il muso contro la parte posteriore della trappola ovviamente sconcertati di dove fosse andata a finire l'esca.

Un altro modo per risparmiare il nostro unico amo era di tenere un lungo pezzo di carne fuori bordo ed aspettare che il pesce ingordo conficcasse i suoi piccoli ma terribili denti in esso e lanciarlo rapidamente nel canotto. Generalmente occorreva un secco strappo per liberarlo, oppure un colpo sulla testa.
Ne buttai nel canotto uno che cadde nel recipiente dei fegati che Maurice stava preparando per la nostra cena. Esso mangiò due fegati prima che riuscissimo a recuperarlo. La loro voracità non conosceva limiti.

Una volta scarnii completamente una tartaruga e con un po' di difficoltà staccai l'osso della spalla dal guscio. Impulsivamente lo immersi in acqua fuori bordo. I pesci lo attaccarono immediatamente. Io sollevai l'osso fuori dall'acqua e lo tenni sospeso sopra il canotto, con non meno di quattro pesci appesi; entusiasta gridai a Maurice di guardare e lo immersi di nuovo. Questa volta presi cinque pesci. Ciò era fantastico; nove pesci con due immersioni, e senza esche! Con un notevole sforzo di volontà non ne presi più, ma tirai fuori il secondo osso dalla spalla e lo tenni pronto per pescare la mattina seguente."

"La parte successiva del lavoro da macellaio fu di togliere il lato inferiore del guscio. Dopo avere inciso profondamente il perimetro, Maurice vi penetrò con il temperino e alla fine riuscimmo a fare leva staccando il piastrone dal carapace e lasciando esposta la ricca, bianca carne.

Io scalcai quattro larghe bistecche da ogni scapola e gettammo il resto della carcassa fuori bordo, felici di liberarci di quel sanguinolento disastro e sollevati all'idea che tutto era finito.
Centinaia di pesci arraffarono la carne ed il sangue rimasti e iniziarono a divorare tutto con una terribile rapidità.
« Dobbiamo pescare. — disse Maralyn, eccitata dalla vista di tanti pesci — E io penso di conoscere il modo per farlo ».
Si arrampicò sulla zattera e dopo avere rovistato in giro per un po' ritornò sul canotto stringendo le pinze e parecchie spille di sicurezza di metallo inossidabile. Senza dire una parola tagliò via la parte del gancio di una spilla e ne piegò la punta come un amo. Poi passò uno spago sottile nell'occhio della molla e vi fece una gassa semplice.

« Ecco » disse trionfalmente.
Una volta di più Maralyn aveva dimostrato il suo genio nell'improvvisare. Le domandai:
«Dove hai trovato quelle spille?».
Incominciò a fabbricare un altro amo e senza alzare lo sguardo rispose:
«Nella cassetta del pronto soccorso. Ricordavo di averle viste quando tirai fuori tutto ».
«Pensi che funzioneranno?» chiesi, pentendomi subito della domanda inutile.
« Lo vedremo subito» replicò Maralyn e cominciò a innescare l'amo con un pezzetto di carne della tartaruga. Buttò la lenza in acqua e la carne fu afferrata immediatamente da molti pesci che la strapparono dall'amo. La polpa era cosi tenera che non teneva. Maralyn ci riprovò ma senza maggior successo.
«La carne non è abbastanza consistente, — disse con voce esasperata — cerchiamo dei pezzi più duri».
La nostra ricerca tra i pezzi di carne non ce ne rivelò di fibrosi, ma io notai che molti pezzi erano contornati da una membrana.
« Prova questa » dissi, dando a Maralyn un pezzo di carne tagliata assieme alla membrana.
Maralyn innescò con cura ancora una volta, assicurandosi che la membrana fosse saldamente infilata. Questa volta, benché i pesci si buttassero sulla carne, essa tenne all'amo e in breve tempo Maralyn recuperò a bordo la lenza con attaccato un bellissimo pesce argenteo."