sabato 8 febbraio 2014

Film: L’alba della libertà (Rescue Dawn)

categoria: film



L'alba della libertà (Rescue Dawn) è un film del 2006 diretto dal regista tedesco W. Herzog e interpretato da Christian Bale, ambientato durante la guerra del Vietnam e si ispira alla vera storia di Dieter Dengler, l'aviatore americano di origine tedesca abbattuto nel 1965 durante un bombardamento sul Laos.

Dieter è fatto prigioniero e portato in un campo di prigionia in mezzo alla giungla dove sono già rinchiusi altri cinque prigionieri, tra cui due americani: Eugene e Duane.

Dieter progetta la fuga, per la quale occorre aspettare un momento più propizio, la stagione delle piogge. Eugene si oppone al piano di fuga, perché spera in una futura liberazione, ma un giorno i prigionieri sentono una conversazione in cui i carcerieri dicono di volerli uccidere simulando una loro fuga nella giungla. Il giorno dopo Dieter e i compagni attuano il piano di fuga, ma poi si separano e Dieter prosegue la fuga insieme a Duane. I due iniziano un viaggio durissimo in mezzo alla giungla, senza cibo e senza una precisa idea della direzione da seguire.



Duane è ucciso dai laotiani e Dieter prosegue il viaggio da solo riuscendo poi a farsi notare da un aereo da ricognizione americano ed essere infine recuperato con un verricello da due elicotteri di soccorso.
Guardandolo nell'ottica “survival” nel film troviamo alcune scene interessanti da vedere: l’accensione del fuoco sfregando due pezzi di bambù, la liberazione dalle manette usando un chiodo appiattito, la considerazione che i vermi sono comunque fonte di proteine.

giovedì 6 febbraio 2014

Lo shock

categoria: pronto soccorso


Lo shock nel senso medico del termine è una delle cause principali di morte in seguito a una ferita, ed è la reazione del corpo a una perdita di fluido in circolo nel corpo, cioè nella maggioranza dei casi a una perdita di sangue. In caso di ustioni il ferito può perdere una notevole quantità di liquidi dalla ustione stessa.
I sintomi di uno stato di shock in ordine di comparsa sono:
1 Stato d'ansia, alterazioni del comportamento
2 Pallore, pelle fredda e sudata
4 Nausea e vomito
3 Alterazione dei segni vitali: pulsazioni deboli e rapide e respiro affannoso
6 Debolezza, vertigini e vista confusa
7 Stato di semicoscienza o incoscienza
8 disponendo di un apparecchio per misurare la pressione si può rilevare una pressione sanguigna bassa
Altri segni di shock sono la sete, la midriasi e la cianosi periorale e a livello delle unghie.

Stato d'ansia, alterazioni del comportamento
A causa della scarsa ossigenazione dell’encefalo possono manifestarsi stati ansiosi, irrequietezza ed anche aggressività.

Pallore, pelle fredda e sudata
Proprio nel tentativo di conservare una adeguata irrorazione sanguigna agli organi essenziali quale il cervello, la persona in stato di shock attua una serie di meccanismi compensativi che deviano il flusso ematico a scapito del distretto cutaneo. Nella sequenza di valutazione della gravità della lesione il soccorritore incaricato di dare un “punteggio” al feriti presenti nella zona del sinistro (“triage SIEVE”) valuta il tempo di riempimento capillare dopo aver premuto il suo dito sulla pelle esposta dell’infortunato: un tempo superiore ai due secondi è un indice riconosciuto di gravità delle condizioni fisiche del ferito.

Nausea e vomito
Fra i meccanismi di compenso della perdita di liquidi con l’emorragia è compresa la riduzione dell’irrorazione sanguigna dell’apparato digerente e questo causa questi disturbi.

Alterazione dei segni vitali: polso e respiro
La frequenza respiratoria aumenta nel tentativo di migliorare l’ossigenazione del sangue; man mano che lo shock si aggrava gli atti respiratori diventano superficiali e faticosi.
La frequenza del polso aumenta nel tentativo del cuore di pompare una maggiore quantità di sangue, ma con il degenerare delle condizioni dell’infortunato il polso si fa debole e filiforme.

Stato di semicoscienza o incoscienza
L’insufficiente irrorazione sanguigna e quindi la bassa ossigenazione dell’encefalo a questo punto rende il soggetto sonnolento e prossimo all’incoscienza.

Pressione sanguigna bassa
La pressione del sangue è uno degli ultimi segni vitali che si deteriorano, grazie all’azioni compensatorie attuate dall’organismo. Quando infine la pressione cala il soggetto si trova in una condizione di shock grave.

La persona in stato di shock emorragico necessita di trasfusioni di liquidi o di sangue, ma nell'attesa di un soccorso avanzato la persona sulla scena dell’incidente, può fare qualcosa di utile:

- Stendere il ferito
- Assicurarsi che le vie respiratorie siano libere
- Cercate e arrestate qualsiasi emorragia
- Mettete le gambe dell’infortunato più in alto della testa in modo che siano più in alto del cuore, ma prima verificare che non abbia fratture (posizione antishock)
- Sorreggete l’arto ferito con delle stecche
- Proteggete il ferito dal vento e dalla pioggia (combattere l’ipotermia)
- Non somministrate MAI alcolici

- Rassicurate il ferito

Una pianta emostatica: Hjdrastis canadensis

categoria: piante medicinali

Le piante emostatiche o antiemorragiche si differenziano fra loro per come agiscono:
- quelle con principi attivi vasocostrittrici stimolano il sistema nervoso centrale nervoso, il sistema nervoso periferico o la muscolatura liscia vascolare oppure fanno aumentare la concentrazione ematica di ioni calcio;
- quelle ricche di tannino precipitano le proteine ematiche, facilitando la formazione del coagulo;
- quelle che stimolano la formazione di piastrine.







Il rizoma di Hjdrastis canadensis (Fam. Berberidam) deve la sua azione farmacologica principale all'idrastina, stimolante centrale del centro bulbare vasocostrittore e a dosi più elevate eccitante spinale tetanizzante. L'effetto vasocostrittore si esercita in modo energico e duraturo sui vasi addominali e sui visceri.
Preparazioni: il decotto al 6% e va preso a tazze, 2-3 volte al giorno.

Indicazioni: metrorragie, emorroidi. Oltre all'azione centrale l'idrastina possiede un'azione periferica sulle fibre muscolari lisce vasali, quindi è impiegata localmente sulle ulcere alle gambe.

“Quel naufrago del Pacifico è il nostro amico José”

CATEGORIA: STORIE DI SOPRAVVIVENZA

Medici ancora scettici. Ma parenti e colleghi assicurano: era sparito da un anno

AFP
Il pescatore José Salvador Alvarenga dice di essere sopravvissuto per 13 mesi alla deriva nell’Oceano Pacifico sulla sua piccola barca in vetroresina

I medici che in questi giorni hanno visitato José Salvador Alvarenga a Majuro, la capitale delle isole Marshall, ancora non possono credere che abbia vissuto per 13 mesi alla deriva nell’Oceano Pacifico. Non ha le labbra screpolate, non ha la pelle bruciata dal sole, non ha l’aspetto emaciato e scheletrico che ci si potrebbe aspettare. Persino i suoi reni sono in ordine e l’unico problema di cui soffre è un gonfiore alle labbra e al viso.  

Ma dal Messico, da dove afferma di essere salpato per una battuta di pesca agli squali nel dicembre del 2012, arrivano in continuazione conferme alla sua strabiliante storia, destinata a diventare la più grande avventura mai capitata in mare ad un essere umano. Ora che si è fatto tagliare la lunga barba e i capelli, i vecchi amici, i compagni di pesca e i parenti che vivono nel Salvador lo hanno riconosciuto. È proprio lui, «La Chancha», come veniva soprannominato con un termine che indica il maiale, usato per deridere le persone di grossa corporatura. Vilermo Rodriguez, detto «Willie», ha confermato che José lavorava per la sua cooperativa «Camaroneros de la Costa», nel villaggio di Costa Azul, nel Chiapas e che era partito nel dicembre del 2012 con un compagno di pesca, Ezechiel Cordova, in cerca di squali. Il tempo volgeva al brutto e tutti avevano sconsigliato ai due di prendere il mare. I pescatori della zona si allontanano dalla riva anche per 80 miglia e stanno via un paio di giorni senza avere a bordo nessuna strumentazione. Nel pomeriggio l’oceano si mise a burrasca e la barca di José e Ezechiel venne spinta verso ovest da venti di oltre 90 chilometri orari, contro i quali non c’è nulla da fare. Jaime Marroquin, della protezione civile, ha confermato che furono avviate ricerche dei due dispersi, interrotte però dopo un paio di giorni per scarsa visibilità.  

La barca scoperta in vetroresina lunga 23 piedi sulla quale José ha percorso 15 mila chilometri di oceano è stata ora fotografata in secca nell’atollo di Ebon, dove è approdata dopo quasi 400 giorni alla deriva. È uno scafo decrepito, che non sembra avere mai avuto giorni migliori. Al centro ha ancora una grande scatola blu, che fungeva da ghiacciaia per il pescato, dentro la quale José ha detto di essersi riparato ogni giorno dai raggi del sole. Forse vi ha raccolto anche l’acqua piovana. Sul fianco destro compare la scritta «Camarones de la Costa», che conferma l’appartenenza della barca alla malconcia flottiglia di Vilermo Rodriguez. C’è anche un numero di telefono, che comincia con il prefisso 070.  

L’ambasciatore americano alle Marshall, Tom Armbruster, ha preso molto a cuore la vicenda e crede nel racconto di José. Se non fosse vero, ha detto, resterebbe da spiegare come una barca in vetroresina del Chiapas sia comparsa all’improvviso nell’atollo di Ebon. Mike Tipton, che ha scritto un libro di successo su come sopravvivere in mare, ha confermato che non è assolutamente impossibile che José ce l’abbia fatta e sia in buone condizioni. Il sangue di tartaruga che ha bevuto in abbondanza è un elisir di vita e contiene vitamine e proteine. Gli occhi delle tartarughe e dei pesci sono pieni di liquido e gli errori mortali che può commettere un naufrago sono quelli di bere acqua di mare e restare esposto al sole. Josè lo sapeva e i pescatori come lui che conoscono l’oceano sanno come affrontare le tempeste e sopravvivere in condizioni estreme.  

Nonostante i dubbi che ancora circondano una storia senza precedenti come questa, tutto lascia pensare che il viaggio di José entrerà nell’epica del mare, a conferma della capacità dell’uomo di adattarsi a ogni circostanza. Il suo compagno, morto dopo un mese perché non digeriva il pesce crudo, aveva un nome biblico, Ezechiel, come il protagonista di «Moby Dick», Ishmael. L’eroe di Melville si salvò dall’oceano dentro a una cassa da morto; José ce l’ha fatta solo perché a bordo aveva la cassa del ghiaccio.  
La Stampa

mercoledì 5 febbraio 2014

APICULTURA: UNA FORMULA EFFICACE CONTRO LA VARROA

CATEGORIA: APICULTURA



La laboriosità dell'ape, ci permette di gustare mieli squisiti e consente l'utilizzo di altri materiali che si trovano nelle arnie.
La varroa è una malattia causata da un parassita, la Varroa Jacobsoni, che vive pungendo e succhiando l'emolinfa delle giovani api e delle adulte, distruggendo intere famiglie.
Studi condotti presso gli Istituti di Entomologia hanno dimostrato l'efficacia di alcune sostanze naturali, sicuramente non tossiche, preziose per combattere la parassitosi e innocue per le api, non rintracciabili nel miele perché subito disperse per la loro volatilità. Composizione di una preparazione galenica nebulizzata sui favi al momento delle visite agli alveari:
Olio essenziale menta Piperita trirettificata    g   5
Olio essenziale eucalipto                                g 10
Olio essenziale lavanda                                  g 10

Alcool etilico a 95°                                           g 20

Mal di montagna (prima parte)

CATEGORIA: PRONTO SOCCORSO


L’ipossia e le sue complicanze possono colpire oltre che gli alpinisti himalayani, anche soggetti che non necessariamente praticano l'alpinismo, ma che si avventurano sulle nostre Alpi servendosi di funivie molto veloci, che permettono di raggiungere quote che sfiorano i 4.000 metri in breve tempo. I sintomi del mal di montagna possono comparire anche dopo rapide ascese a quote appena superiori ai 2.500 metri e salendo ancora aumenta la percentuale di soggetti che accusano disturbi: un terzo delle persone salite sopra i 3.500 metri e la metà di coloro che superano i 4.500 metri.
Il mal di montagna (Ams, Acute mountain sickness) è la sindrome da mancato adattamento alla quota o all'ipossia. I sintomi sono spesso difficili da identificare: mal di testa, disturbi gastrointestinali, vertigini, astenia. Frequenza e gravità di tali disturbi dipendono da diversi fattori: l'altitudine, la rapidità dell'ascesa, predisposizione individuale e lo stato momentaneo del soggetto.
Spesso il mal di montagna si presenta diverse ore dopo l'arrivo in altitudine e, in caso di pernottamento in quota, la posizione orizzontale e il passare del tempo possono aggravare la situazione.

Il solo efficace intervento, all'insorgere dei primi sintomi del mal di montagna, è abbassarsi di quota. Sulle Alpi è un espediente che risolve da solo la maggioranza dei casi.

martedì 4 febbraio 2014

Insidie marine: le tracine

CATEGORIA: PRONTO SOCCORSO


Camminando nell'acqua è bene fare attenzione a dove si mettono i piedi, specialmente in prossimità degli scogli, anche se le tracine sono dotate di un tale mimetismo da non poter essere facilmente viste. Vale sempre il principio di prevenire prima di dover curare: camminare nell'acqua indossando semplicemente un paio di sandali di gomma.
Le tracine sono dotate di un aculeo dorsale con cui iniettano un veleno che provoca un forte dolore; fortunatamente si tratta di una tossina termolabile per cui l'immersione dell'arto in acqua calda (non bollente!) riesce in breve tempo, circa 30', a denaturare la molecola e ridurre il dolore. La zona colpita si tratta dopo con una crema cortisonica e, se necessario, si assume anche un analgesico.