venerdì 17 giugno 2016

Scelta della formulazione a base di farmaci cortisonici per uso locale

categoria: farmacologia

Scelta della formulazione a base di farmaci cortisonici per uso locale

La preparazione del farmaco meno potente alla minima concentrazione efficace è quella di scelta.
Le creme a base acquosa sono adatte per lesioni umide o essudanti mentre le pomate e gli unguenti sono in genere indicati per lesioni secche, squamose o quando si richieda un effetto più occlusivo. Le lozioni possono essere utili per un'applicazione minima in una zona vasta o coperta da peluria o per il trattamento di lesioni essudative. I medicamenti occlusivi aumentano l'assorbimento ed il rischio di effetti collaterali; per questo motivo si usano sotto controllo e per periodi brevi su cute molto spessa (come palmo della mano e pianta del piede). L'aggiunta di urea o di acido salicilico aumenta la penetrazione dei corticosteroidi.

Modalità di applicazione
I preparati corticosteroidei si applicano di solito 1-2 volte il giorno. Non è necessario applicarli più spesso. La quantità di crema o unguento espulsa dal tubetto si misura in termini di unità polpastrello (la distanza fra la punta del dito indice di un adulto e la prima piega interfalangea) per calcolare la dose da applicare su una determinata area della cute.
Una unità polpastrello (circa 500 mg) è sufficiente per coprire una superficie grande quanto il doppio di una mano adulta aperta. Le quantità appropriate di preparati corticosteroidei da prescriversi per specifiche aree del corpo sono:

Area del corpo
creme o unguenti
Viso e collo
15-30 g
Mani
15-30 g
Cuoio capelluto
15-30 g
Arti superiori
30-60 g
Arti inferiori
100 g
Tronco
100 g
Inguine e genitali
15-30 g

Queste quantità sono in genere adatte per un adulto per 2 somministrazioni giornaliere per 1 settimana.

Bambini
I bambini, soprattutto i neonati, sono sensibili in modo particolare agli effetti indesiderati. I corticosteroidi più potenti sono controindicati al di sotto dell'anno di età e in genere andrebbero evitati nei bambini, si usano solo se necessario con grande attenzione e per periodi brevi. Un corticosteroide potente o moderatamente potente Può essere appropriato per l'eczema atopico grave degli arti, per 1 -2 settimane soltanto, seguito da un preparato più debole non appena la situazione migliori; andrebbe sempre usato un emolliente.
Un corticosteroide debole come l'idrocortisone 1% in unguento o crema è utile per il trattamento dell'eritema da pannolino e per l'eczema atopico dell'infanzia.


L'uso dei farmaci cortisonici per uso sistemico e locale. Cose da sapere.

categoria: farmacologia

L'uso dei farmaci cortisonici per uso sistemico e locale. Cose da sapere.

SOPPRESSIONE SURRENALICA
L’atrofia surrenalica determinata da un uso prolungato di farmaci cortisonici ad uso sistemico può persistere per anni dopo la sospensione della terapia, anche se possono bastare cicli superiori a tre settimane per avere un problema di insufficienza surrenalica. Dopo una terapia prolungata l’interruzione della terapia deve avvenire in genere gradualmente per non esporre il paziente a gravi problemi.
L'interruzione improvvisa dopo trattamenti a lungo termine può comportare insufficienza surrenalica, ipotensione e morte. La sospensione può associarsi a febbre, mialgie, artralgie, rinite, congiuntivite, noduli cutanei dolorosi e pruriginosi e perdita di peso.
In caso di malattie gravi intercorrenti, traumi o interventi chirurgici, il paziente con insufficienza surrenalica, per compensare la ridotta risposta surrenalica, deve ricevere temporaneamente dosi aumentate di cortisone (il dottore che prende il cura il paziente deve essere avvertito del precedente tratamento con corticosteroidi anche se è passato un anno dalla fine della terapia steroidea). I pazienti in terapia a lungo termine con corticosteroidi dovrebbero portare sempre con sé una scheda su cui è indicata la terapia cortisonica ricevuta.

INFEZIONI
I trattamenti prolungati con corticosteroidi aumentano la predisposizione alle infezioni, la gravità della patologia e maschera i sintomi clinici ritardando pericolosamente la diagnosi.

Possono svilupparsi o aggravarsi amebiasi o strongiloidiasi quindi bisogna escludere la loro presenza prima del trattamento corticosteroideo nei pazienti a rischio o in quelli che presentano sintomi evocativi.

Varicella
I pazienti che ricevono corticosteroidi per bocca o per via parenterale sono a rischio di infezione grave da varicella, a meno che non abbiano già contratto precedentemente la malattia. I segni di infezione fulminante comprendono polmonite, epatite e coagulazione intravascolare disseminata; l'esantema cutaneo non è il sintomo più rilevante.
I pazienti non immunizzati esposti al virus ed in terapia con corticosteroidi per via sistemica e quelli che hanno assunto questi farmaci nei 3 mesi precedenti devono fare una immunizzazione passiva con immunoglobuline per varicella-zoster entro tre giorni dall'esposizione e non oltre i dieci. La conferma di varicella richiede il consulto di uno specialista ed un trattamento d'urgenza. I corticosteroidi non devono essere sospesi e potrebbe essere richiesto un aumento della dose. I corticosteroidi topici e per inalazione predispongono meno al rischio di varicella.
Morbillo
I pazienti che assumono corticosteroidi devono prestare particolare attenzione per evitare esposizioni al morbillo e devono contattare subito un medico se ciò avviene. Può essere necessario un trattamento con immunoglobuline intramuscolari normali.

Le infezioni oculari virali e micotiche
I corticosteroidi per uso topico (colliri, pomate o iniezioni sottocongiuntivali) dovrebbero essere utilizzati solo sotto la supervisione di uno specialista dato che spesso il loro impiego è di rado giustificato e ci sono dei rischi legati al loro uso:
un «occhio rosso» potrebbe essere dovuto a infezione da virus herpes simplex; la somministrazione di un corticosteroide può aggravare l’infezione provocando ulcerazione corneale, con possibile danno alla vista e anche la perdita dell'occhio. Lo stesso pericolo si può verificare in corso di infezioni batteriche, fungine o amebiche;
Le preparazioni oftalmiche a base di corticosteroidi possono indurre il «glaucoma da steroidi» nei soggetti predisposti.
Un utilizzo prolungato può fare sviluppare una «cataratta da steroidi».
Altri effetti indesiderati comprendono assottigliamento corneale e sclerale.

Corticosteroidi topici
I corticosteroidi topici si usano per il trattamento di condizioni infiammatorie della cute non dovute a infezioni, in particolare per le dermatiti eczematose. I corticosteroidi riducono i sintomi della malattia quando altri trattamenti, potenzialmente meno dannosi, si sono dimostrati inefficaci. I corticosteroidi non sono curativi e alla sospensione si può avere una riacutizzazione della patologia.

Effetti indesiderati
I corticosteroidi attivi in modo debole sono di rado associati a effetti collaterali. Più è potente il preparato, più grande è la zona trattata e dalla durata del trattamento e maggiori devono essere le attenzioni del sanitario nei confronti del proprio assistito, poiché l'assorbimento attraverso la cute può causare anche la soppressione dell'asse ipofisi-surrene e sindrome di Cushing.
L'assorbimento è massimo nelle zone a cute sottile, attraverso superfici infiammate e zone di piega ed è aumentato dall'occlusione. Gli effetti indesiderati locali comprendono:
diffusione e peggioramento di infezioni non trattate;
assottigliamento della cute, non sempre reversibile dopo la sospensione della terapia;
strie atrofiche e teleangectasie irreversibili;
dermatite da contatto;
dermatite periorale, dermatite infiammatoria papulosa del volto nelle donne giovani;
acne nel sito di applicazione;
leggera depigmentazione a volte irreversibile.
I corticosteroidi topici non sono di aiuto nel trattamento dell'orticaria e sono controindicati nella rosacea perchè peggiorano le lesioni ulcerate o infette. Non si dovrebbero usare in modo indiscriminato per il prurito (sono utili solo se causato da infiammazione) e non sono raccomandati per l'acne volgare.
E' ragionevole prescrivere un corticosteroide debole (come l'idrocortisone) per periodi brevi (fino a 4 settimane) per psoriasi delle pieghe e del volto (importante: sul viso non vanno mai applicati corticosteroidi più potenti dell'idrocortisone all'1%). Nel caso di psoriasi del cuoio capelluto si può usare un farmaco più potente come betametasone o fluocinonide.
I corticosteroidi sistemici o topici potenti dovrebbero essere usati solo sotto controllo specialistico nella psoriasi perché alla sospensione della terapia possono dar luogo a ricadute provocando psoriasi pustolosa grave.
I corticosteroidi topici più potenti dovrebbero essere riservati al trattamento di dermatosi resistenti come lupus eritematoso discoide cronico e pustolosi palmoplantare. I corticosteroidi topici possono causare atrofia della cute, specie sulle zone a cute sottile come il viso o le pieghe, e possono provocare pustole acneiformi; sul viso possono provocare manifestazioni simil rosacea (dermatite periorale). I corticosteroidi potenti, a parte rare eccezioni, andrebbero quindi evitati sul viso e sulle pieghe, tranne condizioni particolari.
Le iniezioni intralesionali di corticosteroidi sono più efficaci delle preparazioni a base dei corticosteroidi topici più potenti e andrebbero riservate a casi gravi con lesioni localizzate (come cheloidi cicatriziali, lichen planus ipertrofico, alopecia areata localizzata). I loro effetti possono durare anche mesi.

Lesioni periorali
La crema di idrocortisone 1 % è utilizzata per il trattamento di lesioni infiammatorie non infette sulle labbra o sulla cute periorale. Creme o unguenti a base di idrocortisone e miconazolo sono utili quando coesistono infiammazione ed infezione di organismi sensibili al miconazolo (Candida e molti batteri Gram positivi inclusi streptococchi e stafilococchi).

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Uso di un collirio al cortisone senza le dovute precauzioni o il controllo di un medico (bravo e scrupoloso)



Le infezioni oculari virali e micotiche. Si fa presto a dire al farmacista: “vorrei un collirio con il cortisone”.
I corticosteroidi per uso topico (colliri, pomate o iniezioni sottocongiuntivali) dovrebbero essere utilizzati solo sotto la supervisione di uno specialista dato che spesso il loro impiego è di rado giustificato e ci sono dei rischi legati al loro uso:
• un «occhio rosso» potrebbe essere dovuto a infezione da virus herpes simplex; la somministrazione di un corticosteroide può aggravare l’infezione provocando ulcerazione corneale, con possibile danno alla vista e anche la perdita dell'occhio. Lo stesso pericolo si può verificare in corso di infezioni batteriche, fungine o amebiche;
• Le preparazioni oftalmiche a base di corticosteroidi possono indurre il «glaucoma da steroidi» nei soggetti predisposti.
• Un utilizzo prolungato può fare sviluppare una «cataratta da steroidi»

Altri effetti indesiderati comprendono assottigliamento corneale e sclerale.
Herpes oculare


Terapia antibiotica nelle infezioni delle vie respiratorie.

categoria: farmacologia

Terapia antibiotica nelle infezioni delle vie respiratorie


Gli antibiotici sono tra i farmaci più prescritti e le infezioni a carico dell'apparato respiratorio rappresentano il principale motivo di prescrizione di un antibiotico da parte del medico.
Le infezioni delle vie respiratorie spesso sono di origine virale e comunque, se batteriche, sono autolimitanti, quindi la prescrizione di un antibiotico è inutile (quando l'agente infettivo è un virus) o prematura, quando l'infezione batterica è destinata comunque a essere vinta dalle difese organiche del paziente.
Rimandare l'uso dell'antibiotico, in attesa dell'esito della battaglia fra le difese organiche e l'agente infettivo batterico, non è fatto solo per fare risparmiare soldi al Servizio Sanitario Nazionale sulla pelle del paziente, ma perchè quando si usano in maniera irrazionale ed eccessiva gli antibiotici, si dà modo ai batteri di diventare immuni alla loro azione, “resistente” (oltre a esporre il paziente agli effetti collaterali della terapia antibiotica); il problema della resistenza agli antibiotici è aggravato dal fatto che la scoperta di nuovi antibiotici è al minimo storico. D’altra parte, strategie di intervento volte a ridurre l’utilizzo di antibiotici hanno talvolta portato a risultati opposti, dove alcuni studi hanno registrato un’associazione tra la riduzione della prescrizione di antibiotici e l’aumento della mortalità del paziente.

Queste due opposte esigenze terapeutiche costringono il medico a identificare con accuratezza i pazienti da trattare con l'antibiotico, quelli a rischio di sviluppare complicanze, subito o dopo accertamenti. I pazienti da trattare sono:
  • quelli che stanno cronicamente malati (unwell);
  • quelli che hanno segni o sintomi suggestivi di una malattia o di una complicanza grave (polmonite, mastoidite, ascesso peritonsillare, complicazioni retrorbitali o intracraniche);
  • quelli che sono a rischio di complicanze per malattie preesistenti (cardiache, polmonari, renali, epatiche, neuromuscolari, immunitarie, fibrosi cistica);
  • i pazienti con età maggiore di 65 anni, affetti da tosse insorta acutamente e almeno due dei seguenti criteri oppure più di 80 anni ed uno dei seguenti criteri: ospedalizzazione nell’anno precedente, diabete, scompenso cardiaco, terapia steroidea.

L'elevata incidenza di sindromi virali influenzali (influenza stagionale, influenza pandemica, altre forme virali di tipo similinfluenzale), possono confondere il medico o generare il dubbio sulla necessità di una terapia antibiotica.
In inverno si assiste ad un picco di prescrizione di antibiotici durante il periodo delle epidemie influenzali ed è verosimile ritenere che non tutte siano correlate ad una diagnosi di polmonite secondaria o comunque di complicazioni batteriche. Questo fatto è stato analizzato diffusamente e le interviste alla classe medica evidenzia le notevoli “pressioni” che essi ricevono dai pazienti, per vedere prescritto loro un antibiotico, anche quando le infezioni sono allo stadio iniziale o benigne e non hanno bisogno e non beneficeranno di antibiotici.
Le prescrizioni “difensive” di antibiotici da parte dei medici sembrano essere moltissime (il NICE scrive che il 97% dei pazienti che chiedono antibiotici ricevono comunque la prescrizione richiesta anche quando non indicata) perchè i pazienti non comprendendo che la loro condizione migliorerà da sola, anche senza la terapia antibiotica o che gli antimicrobici non sono efficaci nel loro caso, o peggio, possono comportare dei rischi.
La consapevolezza della popolazione riguardo l’uso degli antibiotici è ancora insufficiente e comunque non uniforme tra le classi sociali e le diverse realtà territoriali e ciò richiede grande attenzione dal momento che, ad esempio, sono spesso i genitori a somministrare antibiotici ai propri figli in modo improprio o a chiederne la prescrizione al medico.
Secondo uno studio curato dalla British Infection Society, British Toracic Society e dalla Health Protection Agency, i pazienti con diagnosi clinica di influenza potrebbero essere suddivisi nelle seguenti categorie:

  1. Pazienti senza gravi malattie preesistenti
    Non è indicato l’uso di antibiotici. Se, in questi pazienti, la febbre persiste oltre la normale durata dell’influenza o ricompare o peggiora la sintomatologia respiratoria, si può prendere in considerazione la prescrizione di un antibiotico.
    E' una prassi abituale del medico di medicina generale (MMG) indicare, nel corso della prima visita, una prescrizione “ritardata” di antibiotici, istruendo adeguatamente il paziente quando cominciare l’antibiotico al peggioramento dei sintomi;
  2. Pazienti con broncopneumopatie cronico ostruttive (BPCO) o altre gravi malattie preesistenti
    L’uso di un antibiotico è da prendere fortemente in considerazione già alla prima visita.

Il problema delle riacutizzazioni di bronchite cronica
La diagnosi di riacutizzazione di bronchite cronica è quasi esclusivamente clinica. Essa viene definita come “un prolungato peggioramento dello stato del paziente rispetto alle condizioni di base, al di là delle normali variazioni giornaliere, a esordio acuto e che richiede un trattamento aggiuntivo”. A fini pratici, il medico deve rilevare la presenza di:
  • sintomi maggiori (incremento della dispnea e dell’espettorato, espettorato purulento);
  • sintomi minori (tosse, sibili, senso di costrizione toracica, respiro corto).
La frequenza delle riacutizzazioni di bronchite cronica è stata messa in relazione al declino della funzionalità respiratoria ed al peggioramento della qualità di vita del paziente.
Il ruolo degli antibiotici nella loro terapia è stato oggetto di numerose discussioni, ma numerosi studi clinici ne hanno dimostrato l’efficacia, cioè i pazienti trattati con antibiotici avevano una risoluzione dei sintomi più veloce ed una più alta percentuale di successi terapeutici rispetto ai non trattati, con beneficio maggiore per quei pazienti con sintomi più gravi (incremento della dispnea, dell’espettorato ed espettorazione purulenta).
I soggetti affetti da bronchite cronica presentano una alterazione significativa dei meccanismi di difesa polmonare e per questo motivo le loro secrezioni bronchiali possono contenere batteri potenzialmente patogeni in alte concentrazioni. Tale colonizzazione ha un impatto negativo sulla storia naturale della malattia e giustifica l'utilizzo degli antibiotici.
Naturalmente anche altri fattori, intrinseci al paziente (fumo, età, coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo) od estrinseci (specie batteriche e resistenze, inquinamento ambientale) concorrono a ridurre progressivamente nel tempo la funzione polmonare.

Quali antibiotici usare
Secondo le Linee Guida ERS (European Respiratory Society), gli antibiotici prescrivibili sono l’amoxicillina associato o meno con l'acido clavulanico, le tetracicline, i macrolidi, le nuove cefalosporine ed i fluorochinolonici (moxifloxacina e levofloxacina).
Le tetracicline siano di fatto molto poco usate in Italia; l’amoxicillina è raccomandata al dosaggio di tre compresse da 1 grammo al giorno.
I macrolidi presentano dati di resistenza dello Streptococcus pneumoniae del 40% in Italia. Per i fluorochinolonici c’è indicazione al trattamento solo per le forme più gravi, inoltre la moxifloxacina è stata sottoposta dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) a nota informativa precauzionale a causa dei suoi effetti tossici a carico del fegato.

Una nuova opportunità terapeutica: il cefditoren pivoxil
Il cefidtoren è una cefalosporina di terza generazione. In Italia questo farmaco è prodotto dalla ditta Zamboni con il nome di GIASION.
Il cefidtoren è un profarmaco che viene attivato dopo l'azione degli enzimi esterasi intestinali. L’assunzione delle compresse durante i pasti favorisce l’assorbimento e la biodisponibilità di cefditoren.
Questa cefalosporina ha una spiccata stabilità rispetto all’azione delle betalattamasi ed un ampio spettro di azione nei confronti di germi Gram-positivi e Gram-negativi, con particolare riferimento ai patogeni responsabili di infezioni respiratorie:
  • Streptococcus pyogenes, anche resistente ai macrolidi;
  • Streptococcus pneumoniae, che è senza dubbio il patogeno più importante nelle infezioni delle alte e basse vie respiratorie. Le resistenze in Italia sono del 40% nei confronti dei macrolidi e del 16-20% nei confronti delle penicilline e il cefditoren pivoxil si è dimostrato più attivo in vitro nei confronti dello pneumococco anche resistente a macrolidi e fluorochinolonici;
  • Staphylococcus aureus meticillino-sensibile;
  • Haemophilus influenzae anche produttori di betalattamasi;
  • Moraxella catarrhalis.
Questa cefalosporina colpisce le proteine enzimatiche batteriche che provvedono al continuo modellamento della parete cellulare in accrescimento (le PBP: Penicillin Binding Proteins). L’affinità di cefditoren verso le PBP di S. pneumoniae e H. influenzae è superiore a quella di altre cefalosporine.
Dal punto di vista farmacodinamico, l’efficacia del ceftidoren pivoxil, come di tutte le betalattamine, è tempo/dipendente, vale a dire che è necessario mantenere per un tempo sufficientemente lungo le concentrazioni dell'antibiotico nella sede di infezione.
Le patologie trattate sono state le esacerbazioni acute di bronchite cronica, le polmoniti acquisite in comunità, la sinusite mascellare acuta, la faringotonsillite acuta e le infezioni non complicate della cute e dei tessuti molli.

La guarigione clinica è stata generalmente definita come risoluzione dei segni e sintomi senza necessità di ulteriore terapia. Il fallimento terapeutico è definito come un peggioramento o un non miglioramento dei segni e sintomi clinici.
Il profilo di tollerabilità del ceftidoren pivoxil è risultato essere molto buono, con lievi effetti collaterali.
Le tradizionali cefalosporine di prima generazione possiedono una buona attività nei confronti dei Gram-positivi ma molto scarsa nei confronti dei Gram-negativi ed inoltre richiedono somministrazioni più frequenti rispetto alle cefalosporine di seconda generazione, che sono più attive nei confronti dei Gram-negativi ma meno verso i Gram-positivi.



Le infezioni di cute e tessuti molli
Le infezioni di cute e tessuti molli (SSTIs, skin and soft tissue infections) sono un gruppo eterogeneo di patologie di frequente osservazione in Medicina Interna, che si manifestano con caratteristiche diverse per quanto riguarda la sede, la localizzazione, le caratteristiche cliniche e l’agente eziologico. Cute e tessuti molli sono una delle sedi più frequenti di infezione batterica nell’uomo, ma a causa dell’ampia variabilità delle SSTIs una determinazione precisa della loro incidenza (incidenza ~ 24,6 per 1.000 soggetti/anno) e prevalenza (pazienti ospedalizzati prevalenza stimata 7-10%) risulta difficile. L’incidenza aumenta in relazione all’invecchiamento della popolazione, nei pazienti critici, negli immunocompromessi (neoplasie, HIV, trapiantati) ed in relazione ai patogeni multiresistenti.
La gravità dell’infezione varia in relazione alla profondità dei piani interessati, alle condizioni cliniche del paziente, alla presenza di comorbilità ed alla “resistenza” del patogeno.
La Food and Drug Administration(FDA) esclude dai trials clinici le infezioni necrotizzanti profonde, per le quali è prevedibile un esito sfavorevole e classifica le SSTIs come complicate e non complicate (1). Quelle complicate (cSSTI) coinvolgono i tessuti profondi, richiedono un significativo intervento chirurgico o si sviluppano in presenza di comorbilità che possono compromettere la risposta alla terapia. L’infezione è considerata complicata in presenza di una di queste cinque condizioni:
  • coinvolgimento dei tessuti profondi, incluso grasso sottocutaneo
  • necessità di intervento chirurgico
  • coinvolgimento dell’area perianale
  • infezione del piede diabetico
  • presenza di fattori di rischio quali diabete mellito, immunocompromissione, obesità.
Queste infezioni includono gli ascessi complicati, le ustioni infette, le ulcere infette, le infezioni del piede diabetico e le infezioni degli spazi profondi. Per definire il livello di gravità è importante oltre la sede anche la dimensione della lesione, fattore decisivo per la stratificazione di gravità. Qualunque infezione che interessa una superficie superiore al 9% deve essere considerata grave, con l’eccezione delle infezioni delle mani e della testa. La testa e la mano rappresentano rispettivamente il 9% e il 2% della superficie corporea, ma le lesioni che interessano tutta la mano o metà della testa sono considerate gravi.



Articolo originali:

“Quali pazienti trattare con terapia antibiotica nelle infezioni delle vie respiratorie”
Alessandro Rossi Area Infettivologica, SIMG

Rivista della Società Italiana di Medicina Generale. Ottobre 2009

"Infezioni di cute e tessuti molli complicate"
Ido Iori
Direttore 1^ Medicina Interna, Centro Emostasi e Trombosi, Stroke Unit Azienda Ospedaliera – I.R.C.C.S. - A.S.M.N. Reggio Emilia