venerdì 19 gennaio 2018
lunedì 8 gennaio 2018
Fischietto multiuso della Coleman
categoria: segnalazione, orientamento, fuoco
Fischietto multiuso della Coleman
In caso di emergenza, la persona dispersa nel bosco o immobilizzata a causa di una frattura in seguito ad una caduta, prende il telefonino e chiama i soccorsi. A questo punto ci sono varie possibilità: il telefonino è scarico o non riesce ad agganciare il ripetitore, oppure i soccorsi vengono attivati ma non riescono a individuare la zona esatta dove è il disperso. Un utile attrezzo a disposizione in questi casi è il fischietto, utile per chiedere soccorso anche a distanza, non limitato dalla durata di una batteria o dalla copertura dell'area in cui si trova da parte di un ripetitore telefonico.
Il fischietto della Coleman ha un contenitore stagno dove ho riposto fiammiferi e un nastro di carta vetrata per l'accensione e una discreta bussola. I fiammiferi possono essere sostituiti ad esempio da ami filo e piombo ed esche artificiali o una piccola e selezionata scorta di medicinali.
Per esperienza diretta nel campo della ricerca di persone disperse nei boschi, la possibilità di emettere un fischio, che si sente bene anche a distanza, è stato utile per coordinare meglio le varie persone della squadra, anche se già collegate fra loro con le radio; il disperso in contatto telefonico può indirizzare più facilmente la squadra di ricerca accorciando i tempi di intervento (sentito il fischio il disperso può comunicare la direzione di prevenienza del suono emesso dai soccorritori).
domenica 3 dicembre 2017
Col miele si cura tutto (o quasi)
categoria: pronto soccorso, miele
Col miele si cura tutto (o quasi)
il
miele è una delle medicine più antiche, ed efficaci, per curare
ferite e piaghe (vedi articoli precedenti sull'argomento).
Un
gruppo di scienziati ha confermato questo dato effettuando prove su
oltre 2mila pazienti che hanno portato le seguenti conclusioni: il
miele è antibatterico, antinfiammatorio, fa riassorbire gli edemi,
stimola il rinnovamento epiteliale.
Il
miele si trova ovunque, è relativamente poco costoso ed è la cura
migliore per le popolazioni che vivono in situazioni disagiate.
Preparazione del sapone
categoria: fai da te, preparazione del sapone
Preparazione del sapone
Un
vecchio testo di Farmacopea, la VI del 1940, riporta la formula di un
sapone medicinale (sapone veneto o amigdalino) a base di olio di
mandorla. Poiché l'indice di saponificazione di quest'olio (190-195)
è praticamente uguale a quello dell'olio d'oliva (186-196), è
possibile fare una sostituizione senza incidere sul risultato finale.
La
formula è la seguente:
Olio di oliva p. 100
Soluzione
di sodio idrossido (30%) p. 50
Etanolo
96% p. 30
Si mettono in becher l'olio, la soluzione di sodio idrossido (ottenuta sciogliendo 30 g di NaOH in acqua depurata sino a 100 ml) e l'alcool e si lascia stare il miscuglio per 12 ore, agitando di tanto in tanto. Quindi si scalda su bagnomaria (b.m.) bollente mescolando finché una piccola quantità di prodotto (di consistenza pastosa), posto in acqua calda alla stessa temperatura del b.m., si sciolga completamente.
Continuando
il riscaldamento, si aggiungono piccole quantità di acqua bollente,
finché il miscuglio diventa pressoché liquido; l'aggiunta di acqua
totale dovrebbe alla fine corrispondere a un volume circa doppio del
miscuglio di partenza. A questo punto si toglie dal b.m., si profuma
a piacere con qualche goccia di essenza (citronella, lavanda) e si
aggiunge una soluzione ottenuta sciogliendo 25 g di cloruro di sodio
in 75 g di acqua.
Durante
la fase di raffreddamento il sapone viene a galla sotto forma di
scaglie, che vanno raccolte con un colino, lavate a più riprese
rapidamente con poca acqua calda e spremute sino a formare una massa
compatta, ma plasmabile che, posta in forme di legno foderate di
carta bianca, si lasciano seccare sino a che si ottiene un sapone
leggero, duro e di consistenza tale da poter essere tagliato nella
forma desiderata. E' consigliato lasciare il sapone all'aria per
qualche altro giorno prima di tagliarlo in porzioni di circa 100
grammi.
Una
formula alternativa utilizza l'olio di cocco:
Olio di oliva p. 9
Olio
di cocco p. 4,5
Soluzione
di potassio idrossido (40%)* p. 7
Acqua
depurata p. 2
Etanolo
96% p. 1
Essenze q.b.
*la
soluzione (liscivia) si prepara sciogliendo 40 g di KOH in acqua
sino a 100 ml
Si
mettendo i vari componenti in becher lasciando a lungo su b.m. a
45°C, agitando di tanto in tanto. Terminata la fase di
saponificazione si lascia seccare a riposo per alcune ore e si
trasferisce la massa pastosa ottenuta in forme di legno operando come
descritto in precedenza. Si ottiene un sapone di buona consistenza,
anche se meno "duro" di quello descritto in precedenza.
I
processi chimici durante il processo di preparazione del sapone
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Chimicamente
i saponi sono sali alcalini di acidi grassi, costituiti da una
base forte (soda o potassa caustica) e da un acido debole. Il
sapone fatto in casa si ottiene trattando un grasso (trigliceride)
contenuto negli oli e nei burri, sotto forma di esteri della
glicerina, con soda caustica (NaOH) o potassa caustica (KOH),
secondo la seguente reazione:
Il
grasso è completamente idrolizzato a caldo con soda caustica; in
seguito si aggiunge sale (NaCl) per aiutare la separazione del
sapone (aumentando la forza ionica degli elettroliti in soluzione
si diminuisce la “concentrazione attiva”).
Dal
liquido si potrebbe recuperare per distillazione il glicerolo, che
trova largo uso come umidificatore per vari usi (es. cosmetici; le
proprietà umidificanti sono dovute ai gruppi ossidrilici che si
legano con legami di idrogeno all’acqua e ne prevengono
l’evaporazione). Il sapone è infine purificato con acqua
bollente per estrarre i residui di base, alcoli, sale e glicerolo,
trattato con additivi (coloranti, profumi), e infine rifuso e
lavorato in appropriati stampi.
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La Manna che vendiamo in farmacia è la stessa di memoria biblica?
categoria: alimentazione di emergenza, zuppa di licheni
La Manna che si vende in farmacia è la stessa di memoria biblica?
Il
farmacista che lavora dietro il bancone della farmacia si trova
spesso fra le mani un panetto bianco, il mannitolo, qualche volta su
domanda di una neo mamma come blando purgante per il pargolo, ma più
spesso, perchè richiesto, sopratutto di sera, da ragazzi,
probabilmente anche loro un pò stitici, insieme a insuline e acque
distillate. Dagli studi di botanica quando era studente, ha appreso
che la mannite (o mannitolo) è contenuta nella manna dal 30 al 70%,
ma il dubbio inconfessato da allora, che ogni tanto si riaffaccia è:
il panetto venduto in farmacia è la stessa manna biblica che salvò
la vita agli ebrei morsi dalla fame nel deserto?
Leggendo un manuale
di Botanica Farmaceutica si scopre che la biblica manna del
deserto è il lichene dei deserti o Lecanora Esculenta. Questo
lichene si sviluppa sui terreni desertici e nel frammentarsi forma
pallottole di piccole dimensioni, che il vento trasporta a grande
distanza, usato come alimento in situazioni di emergenza.
Anche i
primi esploratori artici usarono licheni con finalità analoghe e
tuttora in molte località scandinave si preparano zuppe e altri cibi
con licheni, previa bollitura e allontanamento, con la prima acqua,
dei principi amari.
La
manna in vendita in farmacia è, invece, la sostanza zuccherina che
indurisce all'aria dopo essere colata dalle incisioni provocate
dall'uomo o dalle punture dell'insetto Cicada Orni, sul tronco del
Fraxinus ornus o orniello o frassino da manna. L'orniello cresce
spontaneo al Centro Italia ed è coltivato al Sud e nelle isole,
oltre che in Asia Minore e Spagna.
La conservazione casalinga degli alimenti e il rischio dovuto alla tossina botulinica
categoria: alimenti, conservazione in casa dei cibi, tossina botulinica
La conservazione casalinga degli alimenti e il rischio dovuto alla tossina botulinica
Il
batterio Clostridium
botulinum produce
la temibile tossina
botulinica, della quale bastano pochi miliardesimi di grammo per
uccidere un essere umano. Il batterio produce la tossina negli
alimenti solo in condizione di assenza di ossigeno, in ambiente poco
acido (pH superiore a 4,6) e temperatura ambiente, caratteristiche
che si possono presentare nelle conserve vegetali fatte in casa. In
Italia comunque questo tipo di avvelenamento è poco frequente.
Le
spore del batterio, prive di tossicità, sono normalmente presenti
nel terreno e possono arrivare nei barattoli dove si ripone
l'alimento conservato in casa, insieme alle verdure non ben lavate;
le spore sono molto resistenti al calore e sopravvivono facilmente
alla bollitura che si effettua prima di mettere gli alimenti
sott'olio.
![]() |
| sterilizzazione dei barattoli impiegati nelle conserve |
Le
spore del Clostridium botulinum una volta germinate, producono la
tossina solamente se sono presenti le condizioni indicate
precedentemente. Si deve sospettare la presenza della tossina se si
notano a vista la formazione di bollicine, la deformazione del
contenitore, il rigonfiamento del coperchio o liquido di copertura
che cambia colore diventando opaco o biancastro In quel caso è
preferibile, per sicurezza, scartare quel particolare barattolo di
conserva e osservare con particolare attenzione gli altri prodotti (è
sempre bene scrivere su ogni contenitore la data di preparazione per
facilitare questa operazione).
La
tossina prodotta è comunque sensibile al calore, quindi è bene
sottoporre il prodotto conservato a una cottura a 100 °C per essere
sicuri di gustare un prodotto sicuro.
Poichè
manca la condizione di assenza di ossigeno, la tossina botulinica non
si svilupperà in un barattolo sia già aperto, ma il prodotto deve
comunque essere consumato rapidamente, per evitare lo sviluppo di
altri batteri e muffe.
giovedì 30 novembre 2017
L'avvelenamento da istamina dopo un pasto a base di tonno
categoria: pronto soccorso, conservazione e lavorazione del pesce
L'avvelenamento da istamina dopo un pasto a base di tonno
Un
articolo di giornale dava notizia di alcune persone ricoverate in
ospedale, vittime di avvelenamento da istamina provocato dal tonno. Il
tonno era stato regolarmente cotto e quindi la causa era da ricercare
a monte, nella temperatura di conservazione e lavorazione del pesce.
Il tonno, consumato a tonnellate ovunque nel mondo, non viene sempre conservato come legge e buon senso prevedono, cioè a zero
gradi centigradi o non è lavorato alle temperature adeguate, cioè prossime alla refrigerazione. Gli avvelenamenti da
istamina provocati dal pesce sono quindi frequenti ma molti, la
maggior parte, non arrivano all'attenzione del pubblico.
Quello
da istamina da consumo di pesce è una reazione difficile da
diagnosticare: non esiste infatti un test in grado di identificarlo
immediatamente e con certezza. I sintomi, che si avvertono da pochi
minuti a poche ore dall'ingestione dell'alimento incriminato, vanno
dal vomito e dalla diarrea alla sensazione di bruciore intorno alla
bocca, dal mal di testa fino alla palpitazione cardiaca.
Non di rado
il medico è tratto in inganno e confonde questo
avvelenamento con una forte allergia o una malattia cardiaca
provocando in questo caso un eccesso di procedure e di interventi medici, spesso
invasivi, quando basterebbero dosi adeguate di antistaminici per
scongiurare qualsiasi complicazione.
L'istamina in questo caso non è prodotta
dall'organismo, come quando si è vittima di un'allergia ma è introdotta con il cibo in forti quantità; si parla cioè di una
tossina batterica, sintetizzata dai microrganismi fecali che
contaminano il pesce. Questi batteri, quando gli animali uccisi sono
conservati a temperature superiori a quella di congelamento, si
moltipllcano rapidamente e producono un enzima che prontamente si dissolve nei
tessuti del pesce, responsabile della produzione della tossina. Una
buona cottura uccide i batteri e distrugge l'enzima, ma non ha alcun
effetto sull'istamina, che finisce quindi nel piatto dello sfortunato commensale.
Il tonno, può non essere l'unico colpevole, anche altre specie marine
- tutte molto comuni sulle nostre tavole, come le sardine, il pesce
azzurro, per esempio - sono potenziali avvelenatori, ma sono
meno vulnerabili alle fluttuazioni di temperatura di quanto non lo
sia il tonno, e, di conseguenza, sono meno pericolose.
Una curiosità: il
tonno utilizzato per la preparazione del sushi presenta normalmente
un rischio di contaminazione più basso di quello destinato ad altre
pietanze per diverse ragioni: proviene da un taglio migliore
dell'animale, il filetto, meno suscettibile all'attacco dei batteri
ed è inoltre comunemente conservato alle giuste temperature.
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